Qui in Italia, dove l’industria videoludica fatica a non schiacciare le e i dev sotto il peso di orari massacranti e lavori pagati 50 euro [cit.], ogni tanto esce qualcosa che vale le nostre occhiaie. My Splitting Image dei Late Night Artisans ha appena ricevuto un aggiornamento corposo. Non parliamo del solito horror da due soldi basato su urla improvvise e interfacce invadenti, ma di un incubo psicologico crudo che sviscera l’identità e la depersonalizzazione, costringendoti a guardare uno specchio che ti mente in faccia.

L’estetica del trauma
Il protagonista Sipriest ha perso la capacità di riconoscere i propri lineamenti. Ogni volta che cerca il proprio riflesso, la palette cromatica e la gerarchia visiva del mondo collassano. Al loro posto subentra un’identità sconosciuta, manipolata da un’entità intangibile e accompagnata da una figura grottesca con un libro incastonato sul cranio. Il team ha scolpito atmosfere liminali sostenute da un doppiaggio avvolgente e intenso. Se in produzioni nostrane come The Lonesome Guild abbiamo visto esplorare l’isolamento attraverso la costruzione di legami empatici, qui si sprofonda in una solitudine tagliente e disperata. Un viaggio che distrugge le normali affordance cognitive di chi stringe il pad in mano.

UX ostile e mente scissa
L’aggiornamento recente sbarcato su Steam ha dato una bella smussata alle asprezze del codice, ma non ha intaccato l’anima punitiva dell’esperienza. I rompicapi si fondono in modo organico col level design, obbligando a usare la materia grigia al posto dei soliti indicatori luminosi per decerebrati. L’esperienza è volutamente destabilizzante, pensata per farti dubitare di ciò che vedi a schermo. Ammiro la sfrontatezza di un gruppo di emergenti che affronta temi delicati come abusi e sociopatia senza trasformarli in feticci per voyeur del dolore.
Il verdetto: Una discesa opprimente nei meandri di una psiche rotta, che usa il game design per farti a pezzi senza chiederti il permesso.


