Azioni di Pearl Abyss giù del 30%. Meno di 80 su Metacritic, recensioni miste su Steam. Eppure c’è chi come Paul Tassi su Forbes lo ha adorato. Vediamo insieme cosa tenere e cosa buttare nel massiccio open world orientale. Perché, diciamocelo, dopo sette anni di trailer che sembravano renderizzati direttamente nel paradiso dei grafici, l’impatto con la realtà è stato un tantino più… fangoso.
Siamo onesti: Crimson Desert è il classico progetto “troppo grande per fallire” che è finito per inciampare sulle sue stesse ambizioni. Da giornalista che ha passato metà della vita a studiare il visual design allo IED e l’altra metà a chiedersi perché non ha continuato a rubare PlayStation, guardare questo gioco è un’esperienza schizofrenica. Da un lato abbiamo una meraviglia tecnica che fa sembrare la concorrenza roba dell’era PS3; dall’altro, un groviglio di sistemi così caotico che persino un foglio Excel ne uscirebbe traumatizzato.
Crimson Desert

Sviluppatore: Pearl Abyss
Genere: Action-RPG, Open World, Sandbox
Il Paradiso dei Tecnici (e l’Incubo degli Investitori)
Partiamo dal motivo per cui la borsa di Seoul ha avuto un attacco di cuore. Gli investitori si aspettavano il “nuovo Elden Ring” o il “Zelda killer” definitivo. Invece hanno ricevuto un gioco con un Metacritic fermo a 78. Per il mercato azionario, 78 è il nuovo zero. Ma per noi che i giochi li giochiamo davvero, cosa significa?
Secondo l’analisi tecnica di Digital Foundry (via Eurogamer), il BlackSpace Engine è pura magia nera, ma ha un costo. La densità della vegetazione, la gestione della luce volumetrica e il dettaglio delle città superano qualunque cosa vista finora. Se vi fermate a guardare un tramonto a Pywel, potreste dimenticare che la trama non ha alcun senso. Il problema è che per far girare questa meraviglia serve una NASA-station, e anche lì i cali di frame rate durante i combattimenti più concitati sono all’ordine del giorno.
Il sistema di combattimento: Un brawler travestito da RPG
Qui sta la vera divisione. Crimson Desert non è un Soulslike, e grazie al cielo per questo. Come sottolineato da Polygon, il sistema di combattimento è “fisico” in un modo quasi fastidioso.
- Interattività estrema: Potete afferrare un nemico, trascinarlo nel fango, lanciarlo contro un barile o usare una mossa di wrestling per spezzargli il collo. È caotico, brutale e incredibilmente soddisfacente.
- La complessità: Non si tratta di premere due tasti. Ci sono combo, animazioni contestuali e un uso dell’ambiente che ricorda i vecchi brawler a scorrimento, ma trasportati in un mondo 3D iper-realistico.
- Il rovescio della medaglia: Questa “fisicità” porta con sé un input lag percepito e una gestione delle collisioni che a volte sembra uscita da una beta di dieci anni fa. Kliff (il protagonista) tende a incastrarsi nelle geometrie o a eseguire animazioni non richieste perché il gioco sta cercando di calcolare troppe variabili fisiche contemporaneamente.
Perché i “Boomer” del gaming lo amano e la Gen Z lo odia?
È emerso un trend affascinante nelle discussioni su IGN e sui forum internazionali: la frattura generazionale. I giocatori più giovani, cresciuti con la pulizia formale e la “guida” costante di titoli come God of War: Ragnarok o gli ultimi Assassin’s Creed, trovano Crimson Desert un disastro illeggibile. Troppe icone, troppi sistemi di crafting inutilmente complessi, troppa libertà senza uno scopo chiaro.
Al contrario, i giocatori più anziani (quelli che hanno ancora i calli per via di Gothic o Morrowind) ne sono estasiati. Il motivo? Crimson Desert restituisce quel senso di scoperta non mediata. È un gioco “sporco”, testardo, che non ti prende per mano. Se vuoi cucinare un piatto, devi capire come funziona il fuoco, trovare gli ingredienti, gestire il peso dello zaino. È una simulazione di vita medievale fantasy che se ne frega della tua attention span da quindici secondi. Per chi ha nostalgia di quando i videogiochi erano mondi alieni da colonizzare con la fatica, questa confusione è sinonimo di profondità.

I punti critici: Cosa lo trascina verso il basso
Nonostante il mio raro entusiasmo per l’ambizione, non posso ignorare i fallimenti strutturali.
- L’eredità da MMO: Pearl Abyss non è riuscita a scrollarsi di dosso il DNA di Black Desert. Ci sono troppi menu, troppe valute e troppe missioni “fetch” (porta questo lì, uccidi dieci lupi) che sembrano filler di bassa lega in un titolo che vorrebbe essere cinematografico.
- Scrittura pigra: La storia di Kliff e dei suoi mercenari è un insieme di cliché sui “lupi solitari” e tradimenti politici che abbiamo già visto mille volte. Manca il mordente poetico che trovo in una Plath o la tragedia gotica di un Soul Reaver.
- Bilanciamento atroce: Potete passare ore a dominare i nemici comuni per poi essere disintegrati in tre secondi da un boss opzionale perché non avete livellato abbastanza la vostra abilità nel “tagliare la legna”. Sì, è così assurdo.
Conclusione: Un fallimento magnifico
Quindi, fa schifo? No. È un gioco rotto, eccessivo e probabilmente vittima di una direzione creativa che non sapeva dove fermarsi, ma ha un’anima. In un’industria che produce titoli fotocopia ogni anno, Crimson Desert ha il coraggio di essere un disastro unico. È il tipo di gioco che tra cinque anni ricorderemo con affetto mentre i vari Far Cry saranno stati dimenticati il giorno dopo il lancio.
Se siete disposti a lottare contro una UI atroce e un frame rate ballerino pur di vivere in un mondo che sembra davvero vivo e pericoloso, compratelo. Se invece volete un’esperienza rifinita e rilassante, tornate pure sui vostri titoli mobile. Io resto qui a cercare di capire come non far morire di fame il mio cavallo mentre la borsa di Seoul brucia.
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