La rappresentazione LGBTQIA+ nei videogiochi, soprattutto, è un argomento complesso. Con l’avanzare dell’età, noto una divergenza tra le aspettative dei giocatori più giovani e le mie. Riflettendo sulla mia opinione su un certo personaggio in un recente gioco di ruolo, ho provato una certa nostalgia per la rappresentazione, seppur imperfetta, di Dragon Age: Origins, audace per l’epoca.
Giochi recenti come Baldur’s Gate 3 e altri propongono relazioni “playersexual” (uso virgolette perché i personaggi sono canonicamente pansessuali), orientate più alla convalida e al comfort che alla discussione sull’identità.
Questo approccio, pur offrendo vantaggi, come la possibilità di vivere romanticismi queer senza il peso di una scrittura che si autocensura, mi lascia un po’ distaccata. Desidero qualcosa di diverso. Non ho capito di piacere agli uomini fino a 18 anni, crescendo in un ambiente tollerante ma permeato da una sottile omofobia diffusa. “Gay” era usato come insulto, internet era un campo minato di insulti, e i media stentavano a concepire la bisessualità.
Dragon Age: Origins, uscito nel 2009, presenta due personaggi bisessuali: Zevran e Leliana. Questo è avvenuto anni prima della legalizzazione del matrimonio gay in molti paesi. Il clima era complesso. David Gaider, creatore di Dragon Age e omosessuale, ha parlato della storia della rappresentazione LGBTQIA+ di BioWare in un evento del 2019, evidenziando il progresso rispetto a titoli precedenti dove persino frasi d’amore erano vietate. Purtroppo, non ho trovato dichiarazioni simili da parte di chi ha creato Leliana, ma la sua rappresentazione, come sottolineato da un’analisi, mostra la fede come resistenza e critica al sistema. L’analisi evidenzia anche il parallelo tra la pratica di “tranquillizzare” i maghi nel gioco e le lobotomie eseguite sul passato, con le persone LGBTQIA+ tra le vittime.
Gaider ha spiegato di aver inizialmente proposto un Zevran omosessuale, ispirato alle reclute gay nelle agenzie segrete, ma di aver accettato la scelta di renderlo bisessuale per una maggiore inclusività. Questa scelta, innovativa per l’epoca, mi lascia comunque con il rammarico di non aver esplorato apertamente quel lato oscuro, quel legame tra la sua storia e la sua sessualità. Successivamente, Gaider ha affrontato il tema delle “terapie di conversione” in Dragon Age: Inquisition, prima di lasciare BioWare nel 2016.
La rappresentazione non è stata perfetta. Alcuni elementi, come una barzelletta di cattivo gusto in un bordello di Dragon Age: Origins, sono invecchiati molto male. Inoltre, la serie ha avuto problemi nel rappresentare le persone transgender. Krem in Dragon Age: Inquisition è un passo avanti, ma la scelta di un doppiatore non transgender resta discutibile.
Nonostante le imperfezioni e gli aspetti problematici, la rappresentazione LGBTQIA+ dei primi Dragon Age va comunque apprezzata. Preferisco una rappresentazione imperfetta a nessuna rappresentazione. Desidero rappresentazioni complesse che affrontino questioni reali e non solo aspetti positivi e rassicuranti, senza dimenticare le sfumature più oscure dell’esistenza. Alcuni elementi della rappresentazione queer di Dragon Age: Origins, seppur problematici, mi mancano.



