Wreckreation 2: il ritorno spirituale di Burnout passa per le mani dei suoi creatori originali
Il team di Three Fields Entertainment cambia nome, pelle e strategia annunciando ufficialmente Wreckreation 2, un seguito che punta a correggere ogni sbavatura del predecessore guardando dritto negli occhi il passato glorioso di Criterion Games. La notizia, riportata inizialmente da Rock Paper Shotgun, svela un progetto nato dalle ceneri di uno studio che ha deciso di rinascere sotto l’etichetta indipendente When Tides Turn, staccandosi dai pesanti vincoli dei publisher tradizionali per ritrovare quella scintilla arcade che sembrava smarrita.
Addio spazi vuoti, benvenuta Heartbreak City
Il primo capitolo era un esperimento ambizioso ma zoppicante: troppa libertà creativa, troppi spazi aperti e desolati, una fisica che non restituiva il giusto peso all’impatto tra lamiere. Con questo secondo episodio, lo sviluppo riparte da una filosofia diametralmente opposta. Al centro dell’esperienza c’è ora Heartbreak City, una metropoli ispirata alla costa orientale degli Stati Uniti che funge da parco giochi denso e strutturato. Dimenticate le strade montane anonime: qui si corre tra vicoli stretti, viali fiancheggiati da palazzi e scorciatoie verticali, richiamando quella stratificazione del design che rese indimenticabile Burnout Revenge.
Il modello di guida ha subito una revisione profonda per garantire collisioni più fisiche e naturali. Nelle prime prove interne, il feeling al volante delle due auto iniziali — la velocissima hypercar Dearborn & Schaeffer Nightranger e la muscolosa Huntsville Nebraska — ricorda da vicino le sensazioni di Burnout Paradise. Le modalità di gioco pescano a piene mani dalla tradizione del genere: gare classiche, sfide uno contro uno, le immancabili “Road Rage” dove l’unico obiettivo è distruggere gli avversari, e le “Wreckonings”, prove a tempo che permettono di sbloccare varianti speciali dei veicoli con prestazioni potenziate e look rivisitato.
Uno sviluppo alla luce del sole
La vera novità del progetto risiede nel metodo di produzione. Dopo aver chiuso i rapporti con THQ Nordic, When Tides Turn ha scelto la via dell’autoproduzione, supportata da fondi governativi britannici e in cerca di investitori “angel” piuttosto che di grossi editori. Questo permette al team di adottare un approccio trasparente: lo sviluppo avverrà sotto gli occhi del pubblico, con demo cicliche che verranno pubblicate su Steam per brevi periodi, testate dai giocatori e poi ritirate per implementare i feedback ricevuti. Non è il classico Early Access a pagamento, ma un iter di raffinamento continuo ispirato a successi indipendenti come Paralives.
Nonostante la voglia di riportare in auge la distruzione automobilistica pura, resta in piedi la modalità creativa che permette agli utenti di piazzare rampe, salti e tracciati sospesi nel mondo di gioco. La sfida per gli sviluppatori è ora trovare il punto di equilibrio perfetto: garantire una città artigianale, ricca di segreti e percorsi studiati a tavolino, lasciando però abbastanza spazio all’estro della community. Un dilemma che nel primo gioco non era stato risolto brillantemente, ma su cui lo studio sta lavorando attivamente per non sacrificare il divertimento immediato sull’altare dell’editor dei livelli.
L’analisi della redazione
Ci sembra che questa sia l’ultima, vera chiamata per i veterani di Criterion. Dopo anni passati a inseguire un’idea di libertà che forse non apparteneva al DNA di Burnout, il ritorno a un’ambientazione cittadina densa è la mossa che tutti aspettavamo. La scelta di abbandonare i grossi publisher ci convince: in un mercato che mastica e sputa i team di medie dimensioni, la trasparenza dello sviluppo “aperto” potrebbe essere l’unico modo per riconquistare la fiducia degli orfani delle sportellate a 300 all’ora. Scommettiamo che, se riusciranno a dare alle auto quel peso che ancora sembra mancare leggermente, ci troveremo finalmente davanti all’erede che attendiamo da oltre un decennio.


