Il 20 agosto 2026 lo streamer del Connecticut Warren Pandiscia ha depositato una class action, un’azione legale collettiva, alla corte federale del distretto nord della California contro Twitch Interactive e Amazon. La denuncia conta 37 pagine e sostiene che milioni di dirette, VOD (i video salvati dopo la diretta), clip e log di chat siano stati copiati per addestrare i modelli generativi di Amazon senza licenza né compenso. Secondo Pandiscia la raccolta va avanti almeno dal 2024, due anni prima che Twitch informasse gli utenti.
Chi è il querelante e cosa contesta
Pandiscia non è una stella della piattaforma: trasmette da circa dieci anni, ha superato le mille ore di diretta e conta poco più di 900 follower. È un profilo che nella causa funziona come punto di forza, non come debolezza, perché la class action punta a rappresentare l’intera platea di creatori nella sua stessa condizione, non i pochi grandi nomi che un accordo separato se lo possono negoziare da soli.
Il fascicolo, registrato con il numero 3:26-cv-08721 nella divisione di San Francisco e depositato dagli studi Almeida Law Group e Sterlington, contesta quattro violazioni: inadempimento del contratto implicito e dell’obbligo di buona fede, arricchimento senza causa, inadempimento del contratto esplicito e concorrenza sleale ai sensi della sezione 17200 del codice californiano. Le richieste sono la certificazione della classe, i danni, la restituzione dei profitti e la rimozione del materiale già usato per l’addestramento. Pandiscia ha chiesto anche il processo con giuria.
L’interruttore che nessuno avrebbe acceso
Il precedente diretto è l’impostazione introdotta da Twitch il 12 agosto 2026: un interruttore di opt-out, attivo di default e da spegnere a mano nelle impostazioni di sicurezza dell’account, per bloccare l’uso del proprio canale nell’addestramento IA. Un opt-in, cioè lo stesso interruttore spento di default e da accendere a mano, avrebbe prodotto adesioni vicine allo zero: lo ha ammesso lo stesso chief product officer Mike Minton in una diretta di quei giorni, dicendo che con quella formula nessuno avrebbe aderito.
La causa cita Minton più volte, e non solo per quella frase. Già nel 2024, quando ricopriva il ruolo di chief monetization officer, aveva riconosciuto pubblicamente che i contenuti Twitch venivano usati per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, pur descrivendo l’operazione come una fase di prototipazione e non come una raccolta su scala industriale. È su quella distinzione che si giocherà buona parte della disputa: se l’addestramento era già in corso prima che esistesse un modo per rifiutarlo, l’interruttore del 12 agosto non aggiunge una tutela, certifica in ritardo qualcosa che stava già succedendo.
Perché la parte più difficile è cancellare, non risarcire
Delle quattro richieste, quella economica è la più semplice da immaginare: un risarcimento si quantifica e si liquida. La rimozione dei contenuti dai modelli, invece, chiede a un’azienda di disfare qualcosa che tecnicamente non si disfa. Un modello addestrato non conserva i video in un archivio da svuotare: li ha già trasformati in pesi statistici, e l’unico modo pulito per eliminarne l’influenza è riaddestrarlo da capo senza quel materiale, un’operazione che costa quanto costruirlo la prima volta. È il motivo per cui, nelle cause sull’addestramento dei modelli, la vittoria del querelante quasi sempre si traduce in soldi e in nuove regole per il futuro, non nella cancellazione del passato.
Ne avevamo scritto quando Twitch attivò l’opt-out, segnalando che l’opzione non è retroattiva e non copre gli usi interni come moderazione automatica, sottotitoli e riassunti. La causa di Pandiscia prende quella lacuna e la porta davanti a un giudice federale: la domanda a cui la corte dovrà rispondere non è se Twitch potesse dare accesso ad Amazon, ma se accettare i termini di servizio di una piattaforma equivalga ad autorizzare la propria faccia e la propria voce dentro un modello commerciale.


