Il ritorno di Screamer in salsa cyberpunk: tra derapate, anime e colpi di scena
Secondo il Rock Paper Shotgun, Screamer, il leggendario arcade automobilistico degli anni ’90, è tornato in una nuova veste. Il reboot del 2026 sviluppato da Milestone abbandona le radici realistiche per tuffarsi in un’estetica cyberpunk e anime, con una campagna narrativa più profonda che segue un gruppo di mercenari internazionali ingaggiati in un torneo di corse clandestine. La domanda centrale che si pongono i giornalisti è se il gioco riesca a coniugare una trama ricca e un comparto visivo stravagante con la pura adrenalina della guida arcade. Dopo ore di prove, l’opinione è netta: nonostante alcune scelte di design spigolose, l’esperienza di guida è al contempo impegnativa e incredibilmente appagante.
Una guida radicale: il drift a doppio stick
La meccanica centrale del nuovo Screamer è rivoluzionaria e richiede un totale riapprendimento delle dinamiche di guida. Il pilota controlla la direzione con la levetta sinistra, ma il drift – manovra essenziale per affrontare le curve strette – viene attivato in modo indipendente con un colpo secco della levetta destra. Questo sistema, inizialmente disorientante, si rivela la chiave del divertimento. Staccato dai tradizionali input di accelerazione e freno, permette una precisione maniacale nelle curve, trasformandole in lunghe, spettacolari derapate in cui si può tenere premuto l’acceleratore a tavoletta. La sensazione di peso delle vetture e il rombo dei motori fanno il resto, evitando che le scivolate risultino troppo “leggere” o fluttuanti.
La contropartita a questo controllo fine, però, è una spietata severità. I muri e le barriere non sono amici del pilota. A differenza di titoli come Burnout o Need for Speed, dove un rimbalzo è spesso una strategia accettabile, in Screamer un urto contro le protezioni può dimezzare la velocità di colpo. La punizione è doppia: un incidente consuma non solo la “barra KP/H” (una sorta di integrità della vettura), ma anche la preziosa barra “Sync”. Quest’ultima si ricarica guidando in modo pulito e alimenta due elementi vitali: il boost di velocità e le abilità di attacco, che costituiscono il nucleo del combattimento veicolare.
Trama e stile: quando l’anime incontra le corse clandestine
Se la meccanica di guida è tecnica, l’impianto narrativo e visivo è un’esplosione di puro stile anime. Il passaggio del testimone da un reboot realistico a uno estremamente stilizzato, annunciato mesi fa, ha diviso i fan. Tuttavia, una volta al volante, la scelta si rivela azzeccatissima. L’eccesso cromatico, i salti episodici tra location eterogenee e un cast di una dozzina di personaggi dalle motivazioni tortuose e spesso grottesche, ricorda più una serie manga che un videogioco di guida. Le vetture stesse, ispirate a modelli reali ma rimodellate in “silhouette racer” allungate e larghe, sono perfette per questo universo.

La trama, raccontata attraverso intermezzi nello stile delle visual novel, è sorprendentemente coinvolgente e riesce a dare spessore a quasi tutti i personaggi. C’è spazio per una trama di vendetta, per un ex-Yakuza in lotta con un PTSD, per sottotrame romantiche e persino per il meccanico muscoloso in camicia hawaiana – che ha imparato a parlare con il suo cane – alle prese con i dilemmi morali della tecnologia che ha inventato. È un’operazione narrativa ad alto rischio che, miracolosamente, sfiora pochissimo il territorio del “cringe”, tipico invece di molte storie nei racing game.
Le difficoltà: missioni punitive e gestione delle risorse
Dove il gioco mostra i suoi lati più frustranti è nella struttura di alcune gare della campagna. Le missioni spesso richiedono di concludere la corsa in una posizione elevata e di mettere fuori gioco un certo numero di avversari utilizzando gli “Strike KO”, attacchi speciali che consumano la barra Sync. Il problema risiede nei tempi: ci vuole almeno mezzo giro per caricare a sufficienza le barre, ma è proprio all’inizio, quando il gruppo è compatto, che sarebbe più facile colpire i nemici. Con il passare dei giri, i distacchi si allargano, rendendo la caccia a un avversario specifico una sfida di precisione millimetrica.

La modalità “Overdrive”, una super-spinta che trasforma l’auto in una palla di demolizione ad altissima velocità, è altrettanto spietata. Dopo una breve fase di invulnerabilità, rende la vettura così fragile che un solo urto contro un muro la fa esplodere. Anche le abilità uniche dei piloti sono sbilanciate: quella del protagonista Hiroshi Jackson, ad esempio, permette un doppio boost potentissimo, mentre altri, come Frederic, devono accontentarsi di abilità offensive più volatili ed autolesioniste. Questi picchi di difficoltà richiedono un livello di maestria elevato per il semplice “passaggio” di una gara.
Il verdetto: un motore potente per gli amanti della velocità
Nonostante queste asperità, il gioco riesce a non stancare grazie alla sua anima più pura: la velocità. La sensazione di slancio, amplificata dal rombo dei motori e dalla facilità con cui si può far derapare l’auto in ogni curva, è semplicemente deliziosa e irresistibile. È questa essenza che spinge a continuare, a superare le gare più ostiche pur di provare ancora quel brivido. Anche la cura per i dettagli, come i dialoghi dei personaggi nelle loro lingue native, contribuisce a creare un’atmosfera credibile nel suo eclettismo.

La longevità post-campagna arriva dalle modalità extra e online, dalle sfide a punteggio e dalla personalizzazione delle vetture e delle loro livree. Alcuni potrebbero trovare i finali degli archi narrativi un po’ affrettati, ma nel complesso Screamer 2026 si conferma come un reboot audace e di successo. Offre un’avventura da brivido per i veterani del genere arcade, ma è anche un titolo accessibile ai nuovi arrivati disposti a imparare le bizzarre, ma poi naturali, meccaniche del drift a doppio stick. E per i più curiosi, c’è la promessa di una gara in cui si potrà guidare nei panni di un cane con gli occhiali da sole.


