RIP, il nuovo roguelike su Steam, travolto dall’entusiasmo ma oscurato dalla controversia AI
Secondo un reportage pubblicato da PCGamesN, un titolo praticamente sconosciuto fino a pochi giorni fa sta vivendo un’improvvisa ascesa nelle classifiche di Steam. Il gioco in questione è RIP, acronimo di Reincarnation Insurance Program, lanciato in early access e già capace di attirare oltre quattromila giocatori contemporaneamente. Il titolo si presenta come un bullet heaven roguelike ispirato a Survivors-like, con un sistema di progressione del bottino che ricorda da vicino i grandi action-RPG come Diablo.
La combinazione di horde di zombie da abbattere, centinaia di armi e equipaggiamenti tattici da trovare e l’aggiunta di potenziamenti speciali concessi da spiriti leggendari (chiamati BD, ispirati allo stile di Hades) sta catturando l’attenzione degli appassionati del genere. L’articolo descrive un gameplay frenetico, con combinazioni di effetti elementali e armi che promettono di offrire un’esperienza ampia e personalizzabile, soprattutto grazie alla possibilità di modificare l’equipaggiamento tramartigianai specializzati.
La popolarità improvvisa e l’ombra dell’intelligenza artificiale
Il successo iniziale, monitorato anche tramite i dati di SteamDB, viene però immediatamente offuscato da una dichiarazione presente nella pagina Steam del gioco. Come riportato nel pezzo originale, lo sviluppatore ha incluso un avviso di disclosure in cui ammette l’utilizzo di strumenti di intelligenza artificiale generativa. Nello specifico, questi tool sarebbero stati impiegati per assistere nella creazione di alcune risorse di marketing per lo store e di icone per gli oggetti di gioco, successivamente riviste e rifinite da esseri umani.
Questa rivelazione, secondo il giornalista dell’articolo fonte, solleva preoccupazioni non trascurabili. La perplessità nasce da una generale avversione all’uso dell’AI generativa come strumento creativo, motivata sia dalle sue note problematiche ambientali e dagli impati sanitari per le comunità vicine ai data center, sia dal principio che tale tecnologia rischia di rendere ridondante l’atto creativo stesso. Nel caso di RIP, questa premessa fa sorgere un dubbio amletico: tutto ciò che sembra interessante nel gioco è frutto di una visione originale o è solo un’abile copia di idee preesistenti, semplicemente filtrata attraverso l’AI?

L’ispirazione versus la mancanza di creatività
L’articolo conclude osservando che l’ispirazione diretta ad altri titoli di successo non è di per sé un male nella storia dei videogiochi. Esempi illustri come Final Fantasy, nato come “clone” di Dragon Quest, o Dark Forces, concepito come una versione a tema Star Wars di Doom, dimostrano come da un’iterazione iniziale possano nascere capolavori autonomi e definiti. La differenza sostanziale, tuttavia, risiede nella capacità di aggiungere una scintilla creativa personale per perfezionare e far proprio il concept di partenza. Senza questo elemento, il rischio è di essere percepiti non come un omaggio o un’evoluzione, ma semplicemente come una “copia sbiadita”, un gioco che, nel caso specifico, rischierebbe di trasformare il proprio acronimo in un giudizio definitivo sulla propria natura.



