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Square Enix, smettiamola di far finta di niente
Ogni volta che vedo Square Enix annunciare l’ennesimo spin-off mobile o un remaster svogliato di un titolo minore, mi sale il crimine. Il punto è che avete in cantina il Santo Graal del genere e lo state lasciando a prendere polvere mentre il mercato urla per averlo. Sto parlando di Xenogears. Non è solo nostalgia da vecchi redattori col mal di schiena. È una questione di business e di opportunità sprecate.
Xenogears, nel 1998, non era un gioco come gli altri. Era un’anomalia. Tetsuya Takahashi voleva proporlo come settimo capitolo di Final Fantasy, ma era “troppo oscuro”. Meno male, direi. Ci siamo ritrovati con un sistema di combattimento basato su combo che ancora oggi dà le piste a metà delle produzioni moderne e una gestione dei Gears (quei mecha giganti, per chi è cresciuto a pane e Fortnite) che integrava perfettamente il gameplay a piedi con quello sui robot. Non era un semplice asset flip di meccaniche diverse. Era un ecosistema ludico coerente che esplorava la psiche umana, Jung, Freud e la religione senza trattare il giocatore come un bambino di cinque anni.
La tragedia del Disco 2 e un capolavoro mutilato
Il problema lo conosciamo tutti, inutile girarci intorno con il marketing soft. Il secondo disco di Xenogears è un monumento al dev hell di fine anni ’90. Budget tagliato, tempi stretti perché bisognava pompare risorse su Final Fantasy VIII e il risultato è stato quel misto di visual novel e boss fight buttate lì perché non c’erano più soldi per i dungeon. Eppure, nonostante fosse palesemente non finito, la gente lo ama ancora alla follia. Perché? Semplice: la scrittura era così potente che passavi sopra anche alle sedie a dondolo e ai riassuntoni a schermo nero.
Immaginate oggi cosa potrebbe essere quel gioco con un trattamento alla Final Fantasy VII Remake, ma senza le derive filler. Un remake di Xenogears risolverebbe quel crimine storico, restituendoci la visione originale di Takahashi. Non servono rivoluzioni action spinte se non sai gestirle. Il pubblico vuole quella complessità narrativa unita a un sistema turn-based moderno e dinamico. Volete i dati? Guardate le vendite dei titoli che hanno osato essere “difficili” e profondi. La gente è stanca delle storie piatte scritte da un comitato marketing.

Il successo di Expedition 33 e la voglia di storie adulte
Se pensate che il mercato dei JRPG sia morto o relegato a una nicchia di feticisti dei turni, guardate cosa ha combinato Clair Obscur: Expedition 33. Un milione di copie vendute in un amen dimostrano che c’è una fame fottuta di RPG con un tono maturo, un’estetica ricercata e un gameplay che richiede di usare il cervello. Expedition 33 ha preso il sistema a turni, ci ha schiaffato dentro reattività in tempo reale per parate e schivate, e ha dimostrato che se il prodotto è solido, i giocatori arrivano.
La storia di Expedition 33 è cupa, complessa, proprio come quella di Fei e Elly. Se un team come Sandfall Interactive può scalare le classifiche con una nuova IP, Square Enix che ha in mano un marchio leggendario non ha scuse. Non potete dirmi che è “troppo rischioso” quando i dati di SteamDB mostrano picchi di CCU altissimi per ogni RPG che prova a fare qualcosa di diverso dalla solita roba action. È il momento di rischiare sulla qualità, non sui pacchetti di espansione di un gioco di carte.
Se gli indie umiliano i tripla A
La prova definitiva che Xenogears deve tornare ce l’hanno data gli sviluppatori indipendenti. Prendete Chained Echoes. Matthias Linda ha fatto da solo quello che intere divisioni di Square sembrano non riuscire più a concepire: un omaggio diretto e viscerale a Xenogears, con tanto di combattimenti tra robot e una trama politica e filosofica che non fa sconti. Sea of Stars ha confermato il trend, dimostrando che la pixel art e le meccaniche classiche possono fare numeri da capogiro se supportate da un level design che non sia un corridoio vuoto.
(A proposito, se non avete giocato a quella perla di Chained Echoes, fatevi un favore e smettetela di lamentarvi che non ci sono più i giochi di una volta).
Il punto è questo: se i pesci piccoli riescono a catturare l’essenza di quello che rendeva Xenogears un titano, vedere Square Enix restare immobile è deprimente. Avete la tecnologia, avete una fanbase che comprerebbe pure l’aria fritta se marchiata col logo di Solaris e avete già un esperimento simile riuscito con Star Ocean The Second Story R. Non serve trasformarlo in un action ignorante dove conta solo la hitbox del colpo perfetto. Serve un remake fedele nello spirito, che completi quello che la mancanza di budget ha rotto nel 1998. Fate questo passo, o rassegnatevi a vedere gli indie mangiarvi il pranzo ogni singolo giorno.



