La saldatura con le oligarchie del gaming: Kotick, Houser e la normalizzazione del contatto
I file rendono palese l’esistenza di una rete di contatti organica tra Epstein e i vertici dell’industria. Non parliamo di incontri casuali, ma di una familiarità che coinvolgeva nomi del calibro di Bobby Kotick (ex CEO di Activision Blizzard), Sam Houser (Rockstar Games) e Leslie Benzies (ex Rockstar North, ora a capo di Build A Rocket Boy).
Mentre Houser e Kotick hanno mantenuto il silenzio, la reazione del team di Benzies è stata immediata. Mark Gerhard, co-CEO di Build A Rocket Boy, ha inviato diffide (cease and desist) su Discord per silenziare i video che collegavano Benzies ai file di Epstein. Sebbene Benzies abbia negato categoricamente a Kotaku ogni accusa, ammettendo solo una breve frequentazione consensuale con una persona citata, i documenti su Insider Gaming suggeriscono che Houser fosse a conoscenza di presunte aggressioni sessuali interne al network.
Le mail di Kotick rivelano invece una contiguità allarmante. Nel novembre 2012, Epstein organizzava cene a New York con Woody Allen scrivendo entusiasta: “Bobby Kotick è passato ieri sera, è fantastico”. In quegli stessi scambi appariva Faith Kates (co-fondatrice di Next Model Management), dimessasi recentemente proprio a causa di questi legami. Lo stesso Kotick, nel dicembre 2012, scriveva a Epstein di “voler passare dall’isola” dopo un viaggio nei Caraibi. Nel maggio 2013, gli scambi proseguivano con riferimenti a “ospiti russe” e promesse di rivedersi al prossimo viaggio. Non è solo business: è la normalizzazione dei rapporti con un predatore sessuale all’interno delle élite che decidono cosa giocano milioni di ragazzi.
L’interesse del gruppo verso il settore era puramente estrattivo. Nel 2018, un consulente di Epstein suggerì di investire massicciamente in azioni Activision, scommettendo che Call of Duty avrebbe sfidato Fortnite. Sebbene l’idea fu scartata, l’episodio dimostra come l’industria fosse sotto la lente finanziaria del gruppo come asset di potere.
Ingegneria sociale e misoginia: il “Manifesto” dell’Edutainment
Il tassello più rivelatorio emerge in una mail del maggio 2013. Epstein inoltra a Kotick un testo di Pablos Holman (hacker e futurista), scritto dopo un incontro con Joel Klein (ex Cancelliere del Dipartimento dell’Educazione di NY). È un manifesto programmatico per l’aggiramento della famiglia a favore di un indottrinamento basato sugli istinti primari:
“L’edutainment è per femminucce. Non funziona… Dobbiamo mantenere le tette, le armi e il profitto. Vedete quanti soldi fanno i videogiochi oggi? Fanculo la riforma scolastica. Abbiamo bisogno di sovversione educativa!”
Il meccanismo proposto è ipersessualizzato: usare “principesse sexy in perizoma” per costringere i ragazzini di quinta elementare a imparare i Kanji giapponesi pur di far aprire una porta digitale. La risposta di Kotick non fu di rigetto morale, ma di pragmatismo capitalista: “L’idea è buona ma la chiave sono le ricompense nel mondo reale… oggetti virtuali nei giochi”. Epstein e i suoi interlocutori avevano capito che le microtransazioni non erano solo strumenti economici, ma leve comportamentali per condizionare una generazione.
L’ossessione per il controllo: donne, Bitcoin e “inferiorità universale”
Nel 2016, Epstein discute con Jeremy Rubin (Bitcoin Core) della creazione di un gioco “intellettualmente stimolante dove le donne superano gli uomini”. L’obiettivo dichiarato da Rubin è agghiacciante: fornire “prove di un’inferiorità universale” per giustificare il non investire nella diversità di genere o capire “come ottenere valore dalle dipendenti donne”. La risposta di Epstein fu: “gioco della maternità? carte, videogiochi = hacking. tutti sono giochi”. Misoginia come una feature da gamificare. E da un punto di vista di marketing è agghiacciante quando la cosa possa sembrare avere un senso.
Bannon, Thiel e il laboratorio della “Manosfera”
Per comprendere il disegno politico, bisogna guardare a Steve Bannon e Peter Thiel. Di come abbiano utilizzato la rete per destabilizzare le democrazie ne ho parlato in questa analisi su Valigia Blu.
Steve Bannon, prima di Trump, è stato CEO della IGE, un’azienda di gold farming su World of Warcraft. Aveva capito che le community di gamer rappresentavano un bacino elettorale pronto a esplodere. Nelle mail del 2017, Bannon ed Epstein discutevano di usare criptovalute per finanziare una “coalizione populista/nazionalista” globale per “respingere il movimento Time’s Up” (il #MeToo). Epstein sognava “ventimila hacker” per colpire exchange, sistemi di voto e cartelle cliniche.
Infine Peter Thiel, il miliardario dietro Palantir (software usato dall’ICE per i raid contro i migranti), finanziò la causa legale per distruggere Gawker Media (proprietaria di Kotaku), silenziando una voce critica proprio durante il Gamergate. Epstein si offrì di contribuire alle spese legali di Thiel. Nel giugno 2016, Epstein scriveva a Thiel: “Brexit, è solo l’inizio… ritorno al tribalismo”, teorizzando che trovare cose in via di collasso fosse più facile che trovare il prossimo affare.
Conclusioni: I soldati inconsapevoli della guerra culturale
Alla luce di quanto emerge, le attuali guerre su “woke” e DEI nel gaming appaiono grottesche. Da anni influencer ripetono narrative sulla “mascolinità sotto attacco”. La tragica ironia è che questi “ribelli” stanno recitando un copione scritto anni fa da un trafficante di minori e dai suoi sodali miliardari. Sotto questo framework, la famiglia e la società non sono comunità da nutrire, ma proprietà da controllare.
Chi oggi urla contro la “cultura woke” convinto di essere un libero pensatore, non è altro che l’asset inconsapevole di una strategia di manipolazione globale orchestrata dai peggiori predatori della storia recente. Il sistema che ha chiuso un occhio su Epstein oggi sembra più interessato a perseguitare gli innocenti nelle strade che a investigare chi compare in questi file. Ma se la base elettorale inizia a scricchiolare, forse è il segno che il finale della storia spetta ancora ai molti, e non ai pochi ricchi.



