Il settore dei videogiochi ha un rapporto imbarazzante con i soldi sauditi: fa finta di non vederli finché qualcuno, in chat, non glieli sbatte in faccia in diretta.
È successo di nuovo il 12 luglio a Games Done Quick, la maratona benefica che il giorno prima aveva chiuso l’edizione estiva con 2,4 milioni di dollari raccolti per Medici Senza Frontiere. Poche ore dopo la chiusura, GDQ annuncia uno showcase di speedrun per il trentesimo anniversario di Metal Slug, sponsorizzato direttamente da SNK. Il pubblico fa il lavoro che l’ufficio legale evidentemente non aveva fatto: SNK è controllata al 96% dalla Misk Foundation, il veicolo del principe saudita Mohammed bin Salman, che ne aveva rilevato una prima quota del 33% nel 2022 per 223 milioni di dollari.
Il rollback più veloce nella storia di GDQ
Tra l’annuncio dello sponsor e la sua cancellazione sono passate circa tre ore, alcune delle quali già in diretta: alcune run programmate sono state interrotte a metà. GDQ ha poi pubblicato una nota che non prova nemmeno ad addolcire la pillola: “abbiamo cancellato lo stream sponsorizzato con SNK”, ha scritto l’organizzazione, aggiungendo di non voler più lavorare con l’azienda né accettarne i fondi. Il motivo lo spiega da sola la community della speedrun, dove la presenza LGBTQ+ è tutt’altro che marginale: in Arabia Saudita i rapporti omosessuali restano puniti con la morte, e non serve un master in relazioni internazionali per capire perché lo sponsor stonasse con una raccolta fondi per Medici Senza Frontiere.
Il caso SNK non è un incidente isolato, è la punta di un iceberg che il settore preferisce ignorare finché non gli esplode in mano: il fondo sovrano PIF controlla anche Scopely (la casa madre di Niantic), possiede quote in Nintendo, Capcom, Activision Blizzard, Take-Two, Nexon ed Embracer, e sta trattando l’acquisizione di Electronic Arts tramite il fondo Savvy Games Group, lo stesso che possiede l’organizzatore di tornei ESL FACEIT Group. GDQ, per ora, non ha spiegato dove intenda tracciare il confine tra “sponsor diretto da rifiutare” e “publisher con una quota PIF nell’azionariato”: una linea che, se applicata sul serio, taglierebbe fuori mezzo catalogo Steam.
Non è la prima volta che una community di videogiochi ottiene una reazione da un’azienda a suon di pressione pubblica: l’abbiamo già raccontato con Sony e i dischi PS5, dove però il colosso giapponese ha risposto con settimane di silenzio. GDQ ha impiegato tre ore. La differenza tra le due tempistiche dice più di qualsiasi comunicato stampa su chi, tra le due aziende, aveva davvero qualcosa da perdere in termini di reputazione.
Il verdetto: Sostenere la scelta di GDQ è facile quanto inevitabile: ha ammesso l’errore, rifiutato i soldi e chiesto scusa ai runner coinvolti nel giro di una serata, il minimo sindacale che un’organizzazione dovrebbe fare quando sbaglia. Il problema resta a monte, ed è strutturale: se il criterio “niente soldi da fondi sauditi” venisse applicato con coerenza a tutto il settore e non solo allo sponsor di turno, buona parte del catalogo che GDQ stessa ha fatto girare in diretta negli anni dovrebbe sparire dalla scaletta.


