Un personaggio di Old School RuneScape con la testa fra le mani, il gioco da cui Mod Jed rubava oro e oggetti ai giocatori

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Mod Jed condannato: ci sono voluti otto anni per stabilire che l’oro di RuneScape si può rubare

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Andrew Lakeman, 32 anni, che i giocatori di Old School RuneScape conoscevano come Mod Jed, è stato condannato il 3 settembre dalla Crown Court di Cambridge. Tre anni di carcere sospesi per due, più 150 ore di lavoro non retribuito e 25 giorni di attività riabilitativa. Era uno degli sviluppatori dei contenuti del gioco, e per mesi ha svuotato gli account dei giocatori.

La condanna chiude un procedimento cominciato otto anni fa. Si è trascinato così a lungo per una ragione precisa: in primo grado un giudice aveva escluso che l’oro di un videogioco potesse essere rubato, e c’è voluta la Corte d’Appello per ribaltare quella lettura.

Come Jagex ha incastrato il suo sviluppatore

La ricostruzione è nel comunicato della polizia del Cambridgeshire. Nel maggio 2018 il servizio assistenza di Jagex nota richieste di recupero account sospette, seguite dalla sparizione di oggetti e oro di valore. L’attività si ferma per un po’ e in azienda pensano a un difetto del sistema, poi riprende. A quel punto capiscono che dietro c’è qualcuno di interno, perché gli account vengono recuperati usando informazioni che i proprietari veri difficilmente conoscerebbero.

L’indagine interna parte in silenzio. Jagex impone un orario ristretto alle procedure di recupero e modifica il firewall senza avvisare il resto dell’azienda, per non mettere in allarme il ladro. La trappola funziona: il reparto informatico risale ai dispositivi di Lakeman e al suo indirizzo di casa. Messo davanti alle accuse, lui nega e sostiene che gli abbiano violato l’account. Viene licenziato, e il caso passa prima all’antifrode e poi, nel 2019, alla polizia del Cambridgeshire, che lo arresta nel luglio dello stesso anno.

Le perquisizioni su dispositivi e conti trovano più di 364.829 sterline in contanti, arrivate da operatori di criptovalute. Trovano anche i messaggi in cui Lakeman spiegava alla moglie che intendeva fare parecchi soldi prima di lasciare l’azienda, elencando account di RuneScape che valevano decine di migliaia di sterline.

Otto anni per stabilire se l’oro si può rubare

L’accusa contesta 68 account svuotati di circa 705 miliardi di monete d’oro, per un valore di mercato reale stimato in 543.123 sterline. Su questo la difesa costruisce l’argomento che ha bloccato tutto per anni: le monete d’oro non sono proprietà ai sensi del Theft Act del 1968, la legge inglese sul furto, quindi non possono essere rubate. Sono informazione pura, come le domande di un compito d’esame, e non sono rivali, cioè il fatto che le usi io non impedisce a te di usarle.

In primo grado il giudice Grey dà ragione alla difesa. Il suo ragionamento sta in due righe: una moneta d’oro è uguale a tutte le altre e l’offerta è infinita, e il fatto che i giocatori vecchi siano ricchi non impedisce ai nuovi di arricchirsi senza toglierlo a nessuno. Con questo cade il capo di furto, e con esso i capi di riciclaggio, che su quel furto si reggevano.

La procura impugna e il 13 gennaio 2026 la Corte d’Appello ribalta tutto. Il testo integrale è pubblicato negli archivi nazionali. Lord Justice Popplewell smonta il primo argomento con una graffetta: una graffetta di una data marca è identica a tutte le altre e se ne possono produrre all’infinito, eppure ogni graffetta è proprietà. Il secondo lo smonta distinguendo la cosa dal codice che la rappresenta, come già si fa con Bitcoin. Quando le monete passano da un giocatore all’altro, il codice che le assegnava al primo viene cancellato e riscritto sul secondo: per la Corte conta il trasferimento visibile e funzionale, non il pezzo di codice sul server. Una spiegazione tecnica leggibile del passaggio l’ha scritta il giurista Andres Guadamuz sul suo blog TechnoLlama.

Della sentenza d’appello avevamo scritto a maggio. Quello che è successo dopo non l’aveva ancora raccontato nessuno: Lakeman ha provato a portare la questione davanti alla Corte Suprema, che l’8 giugno 2026 gli ha negato il permesso di ricorrere. Chiusa quella strada, si è dichiarato colpevole, e da lì si è arrivati alla condanna di settembre.

I termini d’uso dicevano il contrario, e non è servito

La parte più istruttiva riguarda i contratti. La difesa aveva in mano le condizioni d’uso di Jagex, che sono esplicite: la valuta virtuale non ha alcun valore intrinseco, non costituisce proprietà privata del giocatore e vale soltanto come misura dell’estensione della licenza che gli è stata concessa. Il giocatore non ha titolo né interesse proprietario su niente, e Jagex può limitare, ridurre o cancellare l’oro quando crede.

La Corte ha risposto che ai fini penali quelle clausole non decidono niente. Il paragone che usa è la droga. Nessun tribunale civile difenderebbe la proprietà di chi detiene cocaina illegalmente, eppure è pacifico che gliela si possa rubare, perché al diritto penale interessa mantenere l’ordine pubblico più che stabilire chi ha ragione fra due privati. Se noleggio la mia auto a qualcuno vietandogli di rivenderla e lui la rivende, resta un furto anche se il contratto lo vietava.

Sulla clausola che definisce l’oro “una misura dell’estensione della licenza” i giudici sono stati anche più diretti, osservando che il numero di monete non misura in alcun senso utile l’estensione della licenza di un giocatore.

Cosa cambia davvero per chi gioca

Conviene ridimensionare la portata prima che qualcuno la gonfi. La decisione riguarda l’oro di Old School RuneScape, il diritto penale inglese e una legge del 1968. I giudici hanno scritto a chiare lettere che gli oggetti di gioco vanno esaminati caso per caso e che il fatto che qualcosa sia proprietà per il codice penale non significa che lo sia per il diritto civile. Sul versante civile la Law Commission britannica resta scettica proprio sugli oggetti dei videogiochi, perché esistono dentro ecosistemi controllati da chi li produce.

Per il giocatore il saldo pratico è quello di prima: l’oro resta cancellabile a discrezione dell’azienda, esattamente come dice il contratto che ha accettato installando il gioco. Quello che è cambiato è più stretto e più utile: se qualcuno glielo porta via con l’inganno, dal gennaio 2026 in Inghilterra esiste un reato con cui contestarglielo. Prima della sentenza, come ha ammesso in aula la stessa difesa, nessuno sapeva indicare quale.

Sul denaro la partita non è chiusa. Una procedura sui proventi di reato, con calendario fissato fino a febbraio 2027, punta a recuperare quello che Lakeman ha guadagnato. La condanna, come nota anche Kotaku, arriva mentre i mercati secondari dei giochi finiscono sotto esame un po’ ovunque.

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