Mouse P.I. For Hire: Un neo-noir a tinte antropomorfe tra sparatorie e battute sul formaggio
Secondo la testata PCGamesN, Mouse P.I. For Hire rappresenta un’originale reinterpretazione dei canoni noir, capace di trasformare ogni cliché in qualcosa di nuovo. Questo sparatutto in bianco e nero, con un mistero avvincente al suo centro, si distingue per ambientazioni variegate e un cast vocale eccellente, posizionandosi tra le migliori esperienze videoludiche dell’anno.
Un detective con la coda nelle tenebre di un mondo a fumetti
L’approccio del giornalista della testata alla narrativa noir privilegia la “straight play”: il detective disilluso e in difficoltà che cerca con tenacia di ritagliarsi uno spazio nel mondo per affogare nell’oblio. L’idea, quindi, di un protagonista, e della maggior parte del mondo circostante, che siano topi, inizialmente ha destato qualche perplessità. Tuttavia, Mouse P.I. For Hire narra la storia di Jack Pepper, un personaggio stilisticamente affine ai canoni classici del genere, sebbene dotato di una coda e di una passione sfrenata per il formaggio. Quella che a prima vista poteva sembrare una parodia eccessiva, finisce per rivelarsi un’esperienza coinvolgente.
Noir fiction works best for me when it’s played straight: hardboiled, down-on-their-luck detective, trying earnestly to carve out a corner of the world where they can drink themselves into oblivion. I’m a simple man with simple tastes. A noir detective story where the protagonist (and the majority of the world, for that matter) are mice? I don’t know about that.
Mouse PI For Hire is the story of Jack Pepper, a character very similar in style to my aforementioned tastes, although he has a tail. And he enjoys cheese. A lot. It’s a pastiche to end all pastiches, and before I played the demo, I wasn’t sure whether it would be too much to bear. Turns out it wasn’t, until it was, then it kind of wasn’t again.

Un’eredità FPS con un tocco distintivo
Il titolo si presenta come uno sparatutto in prima persona che affonda le radici nell’era d’oro degli FPS. Se da un lato ricorda Doom per la disposizione dei nemici bidimensionali che si lanciano verso il giocatore e per i segreti nascosti negli angoli bui, dall’altro evoca Half-Life per la presenza di scenografie d’impatto e livelli semi-aperti che spezzano una progressione altrimenti lineare. Il risultato è un’esperienza solida, seppur semplice, arricchita da una notevole personalità.
Jack svolge una serie di piccoli incarichi, guadagnando il minimo necessario per mantenersi, finché, come molti investigatori che si rispettino, non si imbatte in qualcosa di ben più grande. La trama intreccia rapimenti di fanciulle e cospirazioni di topi, includendo un minigioco di baseball con le carte, definito “appena sufficiente”.

Jack opera da un ufficio situato in un quartiere malfamato, un luogo che, tra una missione e l’altra, diventa una sorta di casa. La presenza di un bar, di un’officina per potenziare le armi e di un negozio inutilizzato contribuiscono a creare un’atmosfera accogliente. Ritornare al proprio rifugio dopo ogni indagine, dialogare con gli abitanti locali e consultare gli indizi appuntati sulla bacheca, permetteva di riassestare il ritmo prima di immergersi nuovamente nell’azione.
Le missioni in sé sono piuttosto lineari: le investigazioni si traducono nel raggiungere un punto A, trovare un indizio e affrontare il boss di turno. Nonostante il bianco e nero, gli ambienti traboccano di personalità, rendendo i paesaggi tutt’altro che spenti.

Pur non gradendo particolarmente le fognature, il porto, il villaggio infestato e i set cinematografici si sono rivelati dei veri e propri punti di forza. L’esplorazione di questi ambienti fiabeschi, pur mantenendo un gameplay di tiro pressoché invariato, offriva molti spunti visivi e una motivazione sufficiente per proseguire.
Tra cali di attenzione e un ritorno di fiamma
Nonostante l’apprezzamento per lo stile visivo, il giornalista ammette che l’attenzione ha iniziato a vacillare a metà gioco. I continui riferimenti e i giochi di parole sul formaggio hanno iniziato a stancare. Sebbene Troy Baker offra un’ottima interpretazione, imitando alla perfezione Humphrey Bogart, il mondo di gioco può risultare un po’ ripetitivo. Tuttavia, quasi per un effetto di assuefazione a tanto “gouda”, “mozzarella” e “cheddar”, è arrivato un nuovo apprezzamento.

Mouse P.I. è una festa per gli occhi, con il suo stile “rubber hose” che conferisce movimento e vitalità anche ai dettagli più piccoli. I denti di leone ondeggiano mentre il giocatore falcia orde di nemici, e piccole rane fissano con sguardo vacante mentre ci si introduce in una finestra al terzo piano. L’incontro con il prossimo eccentrico personaggio, vagando per questo mistero in continua evoluzione, è stato entusiasmante. Nonostante il calo di attenzione menzionato, l’apparizione di un guardiano con tre mogli non-morte è stata sufficiente a riportare l’interesse.
Il sistema di sparo è sufficientemente funzionale, e trovare una nuova arma era sempre un momento positivo. Tuttavia, alcune di esse risultavano poco efficaci se confrontate con la Tommy Gun (chiamata “James Gun”, un nome che ha fatto perdere punti secondo il giornalista) con cui si poteva ripulire lo schermo dall’inquadratura.
Mouse P.I. unisce uno stile visivo eccezionale a una trama che riserva sorprese. Sebbene il sistema di sparo non abbia pienamente conquistato il giornalista, il titolo è vivamente consigliato a chiunque apprezzi i cartoni animati d’altri tempi, gli sparatutto retrò o chi non si stanca mai di giochi di parole sul formaggio.



