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Coffee Talk Tokyo, la Tokyo di cartapesta per una visual novel che fatica a ingranare

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Coffee Talk Tokyo: un’immagine del “Cool Japan” che fatica a coinvolgere

Secondo quanto riportato da Rock Paper Shotgun, il nuovo capitolo della serie di visual novel a tema barista offre un’estetica accattivante ma resta al palo sul fronte narrativo. Il gioco si presenta come un simulatore di caffetteria ambientato nella capitale giapponese, dove il giocatore veste i panni di un barista che ascolta le confidenze di una clientela variopinta composta da umani e creature soprannaturali.

Un’ambientazione ricca di stereotipi

La Tokyo dipinta dal titolo attinge a piene mani dall’immaginario del “Cool Japan”, mescolando luci al neon, yokai e atmosfere notturne alla Persona 5, ma senza mai approfondire davvero la cultura che intende rappresentare. La città fa più da sfondo patinato che da luogo vivo, risultando una vetrina di luoghi comuni pensata per un pubblico occidentale affascinato dall’esotico. La sensazione è quella di sfogliare una guida turistica illustrata piuttosto che immergersi in un racconto dotato di una propria identità definita.

Personaggi dimenticabili e dialoghi prevedibili

Il cast di avventori include un’ampia gamma di archetipi del folklore e della cultura pop: dalla idol alle prese con il proprio manager, all’uomo d’affari stressato, fino allo spirito volpe in cerca di comprensione. Peccato che i loro drammi personali vengano liquidati con dialoghi didascalici e soluzioni sbrigative. Il giocatore si limita a servire la bevanda giusta per innescare la confidenza di turno, senza che le sue azioni abbiano un impatto reale sulle storie, le quali scivolano via senza lasciare traccia emotiva.

Gameplay ridotto all’osso

Sul piano interattivo, l’esperienza si esaurisce nel preparare tè e caffè seguendo ricette via via più articolate, ma la meccanica non rappresenta una sfida né stimola la creatività. La scrittura, che dovrebbe reggere l’intera impalcatura della visual novel, si rivela invece il punto più debole, alternando momenti di piatto didascalismo a rari lampi di umorismo che non bastano a risollevare il ritmo. Anche la colonna sonora, pur gradevole, contribuisce a un senso generale di comfort food che però non osa mai, e alla lunga stanca.

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