Specialist media lawyer outlines why UK Court of Appeals' judgment on RuneScape's Gold theft is so "significant for the games industry"

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RuneScape: Oro virtuale è furto, sentenza storica per il gaming

Tempo di lettura: 3 minuti

La Sentenza Rivoluzionaria nel Caso RuneScape: Le Valute Virtuali Sono Proprietà Reale?

Una recente sentenza della Corte d’Appello del Regno Unito ha stabilito un precedente significativo per l’industria dei videogiochi, dichiarando che il furto non autorizzato di valuta di gioco, come l’oro di RuneScape, può essere classificato come furto criminale. Questa decisione, i cui dettagli sono stati originariamente riportati da GamesIndustry.biz, capovolge una precedente interpretazione legale e apre nuove prospettive sulla natura giuridica degli asset virtuali.

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Il caso in questione riguarda Andrew Lakeman, un ex sviluppatore di contenuti di Jagex, accusato di aver sottratto oro dai conti dei giocatori di RuneScape – accedendovi tramite hacking o credenziali del team di recupero account – per poi venderlo in cambio di Bitcoin. Inizialmente, la sua difesa aveva sostenuto che la valuta di gioco non rientrava nella definizione di “proprietà” ai sensi del Theft Act britannico, rendendo impossibile una condanna per furto. Il giudice di primo grado aveva concordato, sostenendo che l’oro di RuneScape non era “rivalrous”, termine che nel contesto legale indica che se una persona prende o spende qualcosa, il proprietario originale lo perde.

La Svolta della Corte d’Appello

La Corte d’Appello ha ribaltato questa interpretazione, giudicando che la valuta virtuale di RuneScape è effettivamente “rivalrous”. Come spiegato nell’articolo, un’esperta legale ha evidenziato che ciò conferisce all’asset virtuale un comportamento più simile alla proprietà personale, che gode di diritti di diritto privato, piuttosto che a pura informazione. Questo solleva interrogativi fondamentali sul valore intrinseco e la natura giuridica degli oggetti di gioco, anche all’interno di un ecosistema chiuso.

Una parte cruciale della motivazione della Corte, come riportato, critica l’argomentazione originale secondo cui “un pezzo d’oro è come un altro, e la loro offerta è infinita”. Il giudice d’appello ha controbattuto che questa logica non distingue l’oro di RuneScape da molte altre forme di proprietà rivalrous. Ad esempio, una graffetta di un dato produttore è uguale a un’altra e la loro produzione è potenzialmente infinita, eppure ogni graffetta costituisce proprietà. Lo stesso principio, ora, si applica all’oro virtuale.

“Nella determinazione della Corte, i pezzi d’oro avevano un valore nel mondo reale, nonostante l’EULA di RuneScape affermasse il contrario.”

Le Implicazioni Legali e Commerciali

Questa sentenza è di vasta portata per l’industria dei videogiochi per diverse ragioni. Sebbene si tratti di una questione di diritto penale ai sensi del Theft Act del 1968, la Corte ha attinto a criteri di diritto civile per determinare se gli oggetti virtuali di gioco equivalgono a “proprietà”. Ciò significa che il caso ha rilevanza anche al di là del contesto puramente criminale e del furto.

Inoltre, la Corte ha ritenuto significativo il fatto che le monete d’oro venissero scambiate con denaro al di fuori del gioco. Questo ha dimostrato che i pezzi d’oro avevano un valore nel mondo reale, contraddicendo l’EULA di Jagex, che sostiene che la valuta virtuale “non ha alcun valore monetario intrinseco o nel mondo reale” e che non è “proprietà privata” del giocatore. La Corte ha stabilito il contrario: le monete d’oro avevano un valore nel mondo reale e costituivano proprietà.

Le Conseguenze per i Mercati di Terze Parti e la Regolamentazione

Le ricadute di questa sentenza potrebbero influenzare i mercati gestiti da terze parti che consentono ai giocatori di scambiare oggetti virtuali al di fuori del gioco. Questi mercati hanno operato finora in una zona grigia, spesso non sanzionati dalle case editrici perché contribuiscono a creare una comunità e a generare traffico verso il gioco. Tuttavia, se questo commercio non autorizzato può ora minare la posizione espressa nell’EULA di un gioco, potremmo assistere a un inasprimento delle misure contro tali siti.

“Il commercio non autorizzato potrebbe ora minare le EULA, e potremmo assistere a un giro di vite sui ‘mercati grigi’ di terze parti.”

La nozione di “valore nel mondo reale” associata agli oggetti di gioco fa suonare numerosi campanelli d’allarme per i regolatori. Questa terminologia tende a richiamare normative in materia di protezione dei consumatori, gioco d’azzardo, sicurezza online, pubblicità e persino regolamentazione finanziaria. Ciò è particolarmente vero alla luce dei Principi CPC dello scorso anno (non vincolanti ma indicativi delle intenzioni dei regolatori dell’UE per le valute virtuali di gioco) e del crescente controllo su loot box e acquisti in-app.

Questa sentenza potrebbe spingere alcune parti a rivendicare maggiori diritti sugli oggetti virtuali nel mondo reale e potrebbe portare i regolatori a inasprire le politiche sulla monetizzazione in-game, anche quando viene utilizzata solo la valuta di gioco.

Nonostante le inevitabili dispute legali sul campo di applicazione di questo caso in scenari specifici, la decisione ha già fornito un chiaro indirizzo su come ci si può aspettare che i responsabili politici si muovano. Il giornalista ha concluso che questo caso offre intuizioni fondamentali sulle future direzioni della regolamentazione dei giochi. Siamo solo a gennaio, e il 2026 si sta già rivelando l’anno in cui la regolamentazione dei giochi si farà sentire. Per affrontare questo scenario, l’industria deve essere consapevole di come si manifesterà la stretta e quali passi pratici possono essere intrapresi per adeguarsi.

Ora che la Corte d’Appello ha risposto alla domanda se i pezzi d’oro all’interno di RuneScape possano essere classificati come proprietà e oggetto del reato di furto, il caso contro l’imputato può procedere.

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