Watch Dogs: Legion si apre con una missione che ci mette nei panni di Dalton Wolfe, ex agente dell’MI6, il servizio segreto britannico, ora in forze a DedSec, il gruppo di attivisti che è al centro delle storie della serie Ubisoft. È l’unico momento nel quale il giocatore controlla un personaggio scelto dal gioco, Dalton è un protagonista di passaggio, che in una sequenza che sembra tratta dai più classici film di spionaggio ne esibisce quasi tutti i cliché. È abilissimo, affabile, letale, ma non si fa in tempo a conoscerlo, in quello che è un breve prologo: di lì a poco accadono eventi che costruiscono le basi della storia del gioco e la prospettiva del giocatore cambia radicalmente.

Sarà più in là nell’avventura, attraverso i classici log scritti e audio che come da tradizione del genere arricchiscono l’immaginario del gioco, che lo conosceremo un po’ di più, pur senza entrare troppo nello specifico ma capendone il ruolo di rilievo all’interno dell’organizzazione. La sua rimane quindi una figura in ombra, dal potenziale interessante, ma mai svelata: con quel poco materiale e le nostre supposizioni potremmo provare a comporne la vita, a immaginare come sia diventato un agente segreto e come sia entrato a far parte di DedSec, ma non avremo mai nessuna conferma al riguardo. È però divertente e stimolante farlo.

Ed è principalmente così che funziona in Watch Dogs: Legion la narrazione legata ai personaggi che incontreremo e utilizzeremo nella nostra guerra sotterranea per liberare Londra dalle grinfie dell’organizzazione paramilitare Albion. Come noto, il punto distintivo del terzo capitolo della serie Ubisoft sta nella possibilità da parte del giocatore di poter arruolare tra le fila di DedSec chiunque, e per chiunque si intende davvero ogni singola persona si incontra attraversando la capitale inglese. Il gioco non ha un protagonista fisso e questo vanifica in partenza qualunque tentativo di una caratterizzazione strutturata. Il prologo gioca proprio su questo, ci presenta un potenziale eroe, ce lo fa immediatamente piacere e poi lo leva di mezzo, affermando in maniera perentoria la sua unicità.

A quel punto scattano i primi arruolamenti e si ha il primo assaggio di come con poco il gioco dica moltissimo riguardo gli individui che compongono la sua sfaccettata umanità. O di come dica davvero poco e sia il giocatore a riempire i buchi. È davvero difficile infatti capire dove finisca la portata narrativa dei cenni biografici, dell’abbigliamento, delle abilità in suo possesso di un personaggio e dove invece inizi il lavoro di fantasia del giocatore.

Per esempio per una curiosa casualità i primi due personaggi che ho arruolato nella mia cellula DedSec sono due immigrati polacchi, Jon, un riparatore, e David, un impiegato. Il secondo, me l’ha detto l’interfaccia attraverso la quale avviene il reclutamento, ha una grande passione per i pierogi, ravioli cotti al vapore ripieni di patate e ricotta o spinaci che del paese dell’est sono un piatto tipico, al punto da cercare sul web il miglior posto a Londra che li prepari. E così ho immaginato che i due discorressero delle loro comuni origini, di come siano arrivati in Inghilterra e, ovviamente, di pierogi. È mai successo che lo facessero? No. Ma varie volte ho assistito a chiacchierate tra i due, predefinite certamente, ma connotate da una evidente confidenza, e sono piuttosto sicuro che di ravioli abbiano parlato, semplicemente non ero lì presente quando l’hanno fatto.

La varietà di piccole storie personali e caratteristiche che Ubisoft ha infuso negli abitanti di Londra è talmente elevata che è praticamente impossibile non trovarne di alcuni con i quali relazionarsi in maniera particolare. Mi trovavo a Camden, uno dei quartieri più iconici della città, riprodotto con una fedeltà che ne traspone perfettamente il carattere forte e alternativo, dai mercati ai locali. Tra una missione e un’altra, cercavo nuove reclute per la cellula e con lo smartphone scandagliavo i profili di praticamente tutti coloro che incrociavo. Trovare qualcuno con un sacco di abilità utili e magari anche dotato di un buon equipaggiamento è difficile, ma lo è ancor di più imbattersi in persone che invece abilità non ne possiedono e a disposizione non hanno nemmeno una chiave inglese per svitare i crani degli scagnozzi di Albion. Eccolo là invece, un musicista squattrinato, senza un perk che sia uno e in possesso solo della sua chitarra. “Utile come la trama in un film porno”, mi son detto.

Chiaramente in quel momento stavo ragionando solo in base alla componente ludica, all’esigenza di arricchire con un valido elemento il mio team, e il suonatore non lo era, ma un’occhiata ai suoi cenni biografici mi ha fatto sentire meschino. “Controlla ogni giorno le visualizzazioni di una sua performance”. Una semplice frase, ma che svelava come il meno dotato tra i personaggi…

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