La recensione di The Worst Person in The World, la prima folgorazione di questa Cannes 2021 è uno splendido film norvegese, dedicato a una donna contradditoria come la vita.

Verdens Verste Menneske: una scena del film

Si può capire qualcuno in sole due ore? Dodici capitoli di una vita intera bastano per dire di averla conosciuta davvero? Sì, quando il grande cinema riesce a darti l’illusione di non aver costruito un personaggio, ma di averti raccontato una persona. È con questa piacevole sensazione addosso che apriamo la nostra recensione di The Worst Person in The World, film scandinavo in concorso a Cannes 2021. Ovvero la nostra prima, sincera, convinta folgorazione di questo festival. Joaquim Trier ci ha stupiti con un film strabordante di idee e suggestioni, capace di farci entrare sotto la pelle di una donna eccezionale e allo stesso tempo normalissima. Incredibile eppure imperfetta. Perché The Worst Person in The World celebra le contraddizioni della vita in modo inquieto, irrequieto e per questo imprevedibile. La storia di Julie è la storia di una ragazza in procinto di diventare donna, ma è soprattutto la storia di una persona che dei riti di passaggio preconfezionati e delle scalette imposte dagli altri non sa proprio che farsene. Tra gabbie dorate e voli pindarici, The Worst Person in The World ci ha fatto davvero sentire un buonissimo profumo di verità.

Spettatrice di se stessa

Verdens Verste Menneske: una scena del film

Se l’ispirato film di Trier ha questo preciso odore è grazie al tocco autentico con cui le pagina della vita di Julie vengono sfogliate poco per volta. Suddiviso in dodici capitoli, aperti da un prologo e chiusi da un epilogo, The Worst Person in the World è un’incredibile miscela di sensazioni opposte. Una montagna russa che prima diverte col suo cinismo pungente e subito dopo commuove con dolori, nostalgie e rimpianti. Nel suo essere contraddittorio come la vita, il film riesce a conciliare toni e registri opposti, con dramma e commedia amalgamati in modo coerente, mai forzato, grazie a una scrittura brillante e una messa in scena sempre piena di spunti visivi. Nel corso del suo flusso incessante The Worst Person in The World sfiora spesso una naturalezza “alla Linklater” (che tanto ci ha ricordato la splendida Before Trilogy) quando racconta i mali d’amore di una trentenne in balia di un amore scalfito da dubbi e tentazioni. Perché davanti alle aspettative degli altri e ai paletti imposti dalla vita, Julie è insofferente, fugge, sfugge. Se fidanzati e genitori le fanno sentire il fiato sul collo, questa splendida protagonista conquista con la sua fame di vita e si dimostra fragile quando mette a nudo dubbi e paure, e soprattutto quando subisce la vita che gli altri hanno scelto per lei. Una vita di cui si sente spettatrice e non attrice. Mentre tutti le fanno domande a cui non ha risposte, Julie inietta nel film la sua stessa energia. E così Trier si concede anche sprazzi visionari che rendono il suo cinema potente e trascinante.

Che valore hanno i premi e i festival cinematografici?

Fotografia generazionale

Verdens Verste Menneske: una scena del film

Non facciamoci ingannare dal titolo, perché The Worst Person in The World ha un altro grande merito: non giudica mai. Nessuno. E in questa schiettezza ci ha ricordato tanto anche Ema di Pablo Larrain, altro ritratto di una femminilità fiera impossibile da etichettare. Profonda senza essere pesante, divertente senza risultare mai superficiale, questa dramedy norvegese è anche una perfetta fotografia generazionale. Uno spaccato di vita in cui trentenni e quarantenni sembrano separati da un abisso, in cui le prospettive di vita, le ambizioni e le esigenze di queste due età sembrano inconciliabili. È davvero incredibile come il film riesca a sfiorare tanti temi delicati (il femminismo, l’ecologia, il lavoro) attraverso un semplice triangolo amoroso gestito con brio e complessità. Sfumature diverse con un filo conduttore che ritorna inesorabile in ogni scelta di Julie: la precarietà. Un’insicurezza totale e totalizzante, emotiva, lavorativa ed esistenziale allo stesso tempo. Una fragilità che Trier abbraccia con tocco lieve. Una “malattia” a cui, forse, trova persino una cura. Ovvero la scelta di non dimenticare chi c’è stato, chi ci ha definito, chi ha lasciato un segno e in qualche modo segna delle coordinate, una rotta, una certezza. Un’indicazione che conduca alle persone che siamo diventate, senza fermarsi a quelle che eravamo. Noi, nel dubbio, ci teniamo stretti un film davvero straordinario e teniamo per mano Julie. Una persona imperfetta di cui ci siamo innamorati dopo averci parlato soltanto per due ore.

Conclusioni

Non abbiamo paura a dirlo: ci siamo innamorati di questo film. Nella nostra recensione di The Worst Person in The World vi abbiamo raccontato perché il film di Trier è stata la nostra primo, folgorante colpo di fulmine di questo Cannes 2021. Il diario di una trentenne ci ha mostrato una persona autentica, alle prese con un triangolo amoroso e i dilemmi di una generazione precaria in tutto. Sospeso tra realismo sincero e attimi visionari di grande cinema, questo è un film destinato a lasciare il segno.

Perché ci piace

  • Il tono leggero e allo stesso tempo profondo di un film capace di divertire e commuovere nell’arco di due inquadrature.
  • La naturalezza dei dialoghi, affiancata da un paio di momenti visionari davvero indimenticabili.
  • Renate Reinsve è una Julie perfettamente imperfetta.

Cosa non va

  • Perché…

[…]

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