Il due settembre del 1990, come tutti i lettori attenti sapranno, veniva prodotta, da Ron Gilbert e il suo team della LucasArts, la versione finale del primo titolo della saga videoludica di pirati più famosa di sempre: The Secret of Monkey Island. Essere chiamato a parlarne è, ovviamente, un grande onore nonché una splendida occasione per evocare i ricordi d’infanzia. Un’infanzia resa sicuramente migliore anche grazie al capolavoro di Gilbert (più Schafer e Grossman).

Il segreto dell’immortalità

Un primo grande pregio del titolo è indubbiamente la sua capacità di non invecchiare, almeno non nella sua forza narrativa e ludica. Nella mia esperienza personale, per questioni sia di età che di reperibilità, il primo gioco della serie fu il terzo capitolo (nettamente più affine ai gusti contemporanei quanto a user experience e impatto visivo). Nonostante questo, il passaggio a The Secret of Monkey Island fu completamente indolore, ed anzi rappresentò per il sottoscritto un vero e proprio punto di non ritorno. Effettivamente Secret, insieme al più colorato ed esplosivo LeChuck’s Revenge, esprime lo stato dell’arte dell’avventura grafica della “golden age”, attraverso una serie di dialoghi brillantissimi, alcuni puzzle rimasti nella storia del medium e un più generale mood tanto scanzonato quanto coerente.

I difetti del gioco, certo presenti, sono ancora oggi ascrivibili a imperfezioni di stile, che nulla hanno a che fare con la fruibilità. Le versioni rimasterizzate, poi, hanno permesso di avvicinare la saga storica anche ai consumatori più giovani e, fisiologicamente, meno attratti dal mattoncino grafico che erano i punta e clicca dei primissimi anni 90.

Risulta evidente, dopo un periodo di stanca nel quale solo Syberia e pochissimi altri prodotti erano riusciti a farsi notare, che l’avventura grafica sia tornata alla ribalta, anche grazie alle maggiori opportunità offerte dal mercato indie e dalla distribuzione digitale. Rimane il fatto, però, che The Secret of Monkey Island mantenga un fascino e un’importanza difficilmente sostituibili. Mi sono sforzato a lungo di capire cosa potesse essere questo “quid” in più. Soprattutto, nel pieno di queste incredibili elucubrazioni (siete autorizzati a ridere), mi sono imposto l’obbligo di non cedere al facile revanscismo, a quella sorta di piacere perverso che si prova nella nostalgia. Una sensazione particolarmente infida soprattutto per il critico videoludico, spesso accecato dalla patina dorata che i ricordi regalano a produzioni oggettivamente molto meno valide di quanto la memoria suggerisca.

La piccola grande rivoluzione di Gilbert

Di punti a favore del titolo, e senza nostalgia, ce ne sono fortunatamente parecchi. Un primo grande pregio è quello di rappresentare una cartina tornasole per il genere. Sebbene Monkey Island non sia l’unica saga di importanza storica per le avventure grafiche, è indubbiamente una delle più iconiche. Anche qualitativamente, il titolo si difende benissimo. Al netto dell’ottimo umorismo (eterogeneo nella scelta stilistica, che va dal paradosso fino a veri e propri momenti slapstick), The Secret of Monkey Island snellisce alcune delle scelte più farraginose del sistema SCUMM (eliminando un bottone di troppo e inserendo l’albero dei dialoghi), ottimizza la grafica di gioco con fondali di altissimo livello e introduce il concetto tanto caro a Gilbert di gioco esperienziale (dove il protagonista non può morire, ma solo bloccarsi).

Un concetto talmente tanto assimilato dalle future avventure grafiche da risultare oggi praticamente innato nel genere. Al contrario, è con The Secret of Monkey Island che si promuove un gameplay sì corposo, ma al tempo stesso legato alla narrazione in quanto tale, ad un filo rosso impossibile da spezzare. Il livello dei puzzle e degli enigmi, lo dico con onestà, non è eccezionale, pur mantenendo un’ottima media nel corso dell’esperienza. Un aspetto questo, già sottolineato dalle recensioni dell’epoca, e ben visibile anche confrontandolo con altri giochi LucasArts. La vera forza della sfida di TSOM è, però, nella maniacale cura dei dettagli, dell’ambientazione, della coerenza narrativa, capace di trasportare in maniera totale (e senza perdere smalto) il giocatore.

The Secret of Monkey Island, allegoricamente (e materialmente, se conoscete il finale), prende in giro moltissimi capisaldi della narrativa videoludica, cinematografica e classica, attraverso un’operazione di parodia totale. Una parodia mai forzata, sempre plausibile. Un mondo parodistico dove il giocatore si immerge in maniera completa e dove il fruitore più giovane trova grandissimo stimolo intellettuale. Alla fine, il gioco non è nient’altro che una grandissima fantasia di Gilbert, direttamente pescata da Mari Stregati, libro di pirati&voodoo di Tim Powers, e dalla famosa giostra “Pirati dei Caraibi” di Disneyland. Un input…

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