Visto che qui siamo in quarantena per il Covid-19 e speriamo tutti di uscirne vivi non solo per il rischio dell’infezione ma anche per la possibilità di ammazzarsi a vicenda tra familiari (e nessuno vuole uno scenario à la The Grudge dopo un’epidemia, giusto?), di seguito ho stilato una lista – in nessun ordine particolare – delle serie TV che potrebbero tenere compagnia in queste settimane di isolamento forzato.

Naturalmente dando attenzione a quelle meno note o che potrebbero essere sfuggite per un motivo o per l’altro, anche perché Stranger Things, Vikings o Black Mirror ora come ora ve le avrà consigliate anche il fruttivendolo.


NOS4A2

Tratto da un racconto di Joe Hill, figlio di Steven King e a parer mio degno erede del Re, parla di un essere sovrannaturale che si nutre della forza vitale dei ragazzini e viaggia in una auto mistica targata come da titolo (si pronuncia nosferatu, il termine est europeo che indica i non-morti, vampiri in particolare), sulla sua strada si troverà una ragazzina con il potere di trovare le cose che si sono perse, che ancora non sa gestire bene il proprio dono.

In alcuni momenti gira un po’ a vuoto ma c’è tanto world building e personaggi adeguatamente approfonditi, in una produzione su cui Amazon ha chiaramente investito un bel po’ di quattrini. Peccato che nessuno sembri intenzionato a creare un sequel, nonostante il materiale sembri fatto apposta.

Con Zachary Quinto nella parte dell’antagonista che da solo vale il biglietto.

 

The Boys

Da una serie a fumetti di Garth Ennis, l’uomo che odia i supereroi, che immagina un mondo in cui i supes sono prodotti commerciali e approfittano del loro potere per vivere una vita di edonismo e lusso sfrenati.

Un gruppo di vigilanti (i Boys, appunto) cerca di mettere le cose in pari e di rimediare ai loro danni. Sebbene più edulcorata rispetto al selvaggio materiale di partenza, resta violentissima e grottesca (“ass bomb!”), una delle cose migliori in giro, con un quantitativo di satira sociale e sui media (social e non) a volte anche troppo pedante, ma visto il contesto comprensibile.

Con protagonista Karl Urban che si diverte un sacco ed è veramente toppobbravo.

 

The Outsider

Produzione HBO tratta da un romanzo di Stephen King. Un uomo dalla reputazione cristallina viene condannato per l’orribile omicidio di un bambino, testimoni e prove sono schiaccianti. Ma alcuni video lo piazzano a centinaia di chilometri di distanza durante gli stessi eventi. È possibile che qualcuno sia contemporaneamente in due posti diversi?

Un gruppo di poliziotti e un’investigatrice privata affetta da savant syndrome cercano di capirci qualcosa. E la spiegazione potrebbe essere sovrannaturale.

Produzione di una qualità eccelsa, con regia, fotografia, scrittura e attori impeccabili. Parte veramente bene, tenendo alta la tensione, svelando la natura del mistero poco alla volta e lasciando addosso una sensazione di orrore appiccicosa. Si perde un po’ nella seconda metà, specie in un finale anti climatico, che però condivide con il libro da cui è tratta. È quasi come se il Re abbia voluto stupire tutti quelli che si aspettavano qualcosa di psichedelico stile IT, inventandosi una soluzione diametralmente opposta. Vale comunque la visione, specie per Ben Mendleson nel ruolo del protagonista, poliziotto integerrimo tragicamente umano, che fa una gran fatica ad accettare che l’inspiegabile sia entrato nella sua vita e Cynthia Erivo che tocca tutte le corde giuste dell’investigatrice conscia della propria diversità.

 

Loudermilk

Prodotta dai fratelli Farrelly, quelli di Tutti pazzi per Mary. Comedy scorrettissima e spudorata dove un ex critico musicale snob e misantropo, nonché ex alcolizzato, fa da consulente in un gruppo di alcolisti anonimi e si esprime quasi completamente senza filtri.

Il protagonista è una specie di Dr. House senza il genio o altre qualità redimenti, che prova a rimettere insieme la propria vita dopo averla affogata nella vodka.

Lo interpreta Ron Livingston, uno che normalmente fa parti da american dad e che nelle vesti del borderline si è trovato pure troppo bene.

 

The Man in the High Castle

Da un racconto di Philip K. Dick, una saga di Storia alternativa dove si immagina che i nazisti abbiano vinto la Seconda Guerra Mondiale e si ipotizza un mondo dove gli Stati Uniti sono divisi tra American Reich e occupazione Giapponese.

Qualitativamente altalenante ma con un bel po’ di belle intuizioni e che riesce a tratteggiare uno scenario post-nazista realmente distopico (per dirne una: eutanasia obbligatoria per invalidi o affetti da malattie genetiche).

Il cattivo, interpretato da Rufus Sewell, è talmente ben riuscito che nelle stagioni finali diventa il protagonista de facto. Il suo percorso, in bilico perenne tra redenzione e mistica del potere, da solo vale la visione.

 

Jack Ryan

La serie in cui gli sceneggiatori hanno dimostrato che anche gli americani sono capaci di capire da cosa derivano le radicalizzazioni dei terroristi domestici (giuro, ce l’hanno fatta davvero).

Dai racconti di Tom Clancy già portati al cinema da Caccia a Ottobre Rosso fino alla trilogia con Harrison Ford. Parla della gioventù del protagonista omonimo, analista Cia che diventa eroe action suo malgrado. Una serie con un valore di produzione altissimo,  dal ritmo serrato e calata in maniera sorprendentemente accurata nella geopolitica del presente.

 

Star Trek: Picard

Seguito ufficiale di Star Trek: The Next Generation, ma fruibilissima anche da chi non ha mai visto neanche un episodio. Parla della vecchiaia di Jean Luc Picard, ex capitano dell’Enterprise, ormai in congedo, stanco e disilluso, che si getta nell’ultima missione disperata, perché proprio è incapace di non fare la cosa giusta.

Serie saldamente immersa nella canone classico e nella mitologia costruita in anni di serialità legata al brand, che strizza l’occhio all’estetica moderna, con tanta (troppa?) azione, humor, riflessiva quando serve e con una marea di fan service piazzato bene.

L’inizio è debole ma si riprende alla grande già dal terzo episodio. Patrick Stewart è uno dei quattro-cinque più grandi attori viventi.

Ai trekkies integralisti non è piaciuta, quindi capolavoro.

 

Good Omens

Da un racconto scritto a quattro mani da Neil Gaiman e Terry Pratchet, due fottuti geni, parla di un angelo e un demone che si alleano per evitare l’Apocalisse perché entrambi ormai, dopo tanti anni che ci vivono, amano troppo la Terra (la letteratura il primo, l’alcool e le donne il secondo) e non gli va giù che i poteri alti abbiano deciso di sacrificarla nella loro battaglia finale.

Tanta inventiva e umorismo inglese a tonnellate con il valore aggiunto dei due protagonisti interpretati rispettivamente da Michael Sheen e David Tennant, che potrebbero passare ore anche solo a beccarsi a vicenda e varrebbero la visione comunque.

 

Undone

Dagli autori di Bojack Horseman una serie animazione in rotoscope che parla di viaggi nel tempo e salute mentale. Un po’ troppo leziosa come il suo cugino con la testa di cavallo ma ugualmente dotata di grande sensibilità e con un ottimo cast, in particolare Bob Odenkirk (Breaking Bad, Better Call Saul) che dovunque lo metti alza il livello medio.

 

Goliath

Billy Bob Thorton fa letteralmente l’avvocato delle cause perse. Ex socio di una grande firma caduto in disgrazia, beone e donnaiolo, vorrebbe solo tirare a campare ma non riesce a resistere alle richieste di aiuto della povera gente, specie se l’avversario è all’apparenza invincibile (da qui il metaforicissimo titolo della serie).

Lagal drama tutto concentrato sul protagonista, inaffidabile e amorale ma letale in aula, dove le cose non si evolvono mai come il pubblico si aspetta.

 

The Expanse

Fantascienza maiuscola, tratta da una serie di romanzi del collettivo James S. A. Corey. Parla di un futuro in cui l’umanità ha colonizzato il Sistema Solare ma non ha ancora la tecnologia per i viaggi a velocità superiore a quella della luce. Dove Terra e Marte sono due superpotenze perennemente sull’orlo della guerra e le colonie esterne sono l’equivalente del Terzo Mondo.

L’origine letteraria è evidente nella serie densissima di sottotrame che si intrecciano gradualmente, partendo dal giallo investigativo, passando per la cospirazione a finire nella space opera più classica, con zero tempi morti.

Intrighi politici, azione, personaggi complessi (un paio memorabili) e critica sociale a pacchi, probabilmente la migliore serie sci-fi dai tempi del reboot di Battlestar Galactica nel 2003.

 

Peaky Blinders

Questa forse è ormai troppo famosa per essere compresa in questa lista ma imho non se ne parla ancora abbastanza. Nella Bimmingham del primo dopoguerra una banda di strada chiamata Peaky Blinders – a causa dell’abitudine di montare lamette da barba nelle tese delle coppole in modo da poterle usare come armi – si fa strada nel sottobosco criminale guidata dall’abile capofamiglia.

Il protagonista, Thomas Shelby, è un individuo che in un altro scenario sarebbe stato un paradigma di intelligenza e umanità ma che, spezzato dalla guerra, prova a sopravvivere nell’unico modo in cui gli è stato insegnato, cioè attraverso la violenza.

Una analisi per nulla agiografica della vita criminale (con buona pace di prodotti simili nostrani che questa cosa proprio non riescono a capirla), tra ambizioni, remore morali e volontà di potenza. Con Cillian Murphy eccellente protagonista e una pletora di guest star di peso, da Sam Neill a Tom Hardy.

The Magicians

La mia serie preferita, ovviamente cancellata con quest’ultima stagione in corso (la quinta), e unica vera erede di cose come Buffy o Angel. È una specie di Harry Potter molto per adulti, tratta dai romanzi di Lev Grossmann, in cui i protagonisti sono tutti più o meno dei casi borderline, tra droghe, alcool, promiscuità e depressione, tutti trattati con incredibile attenzione e, spesso, inaspettata delicatezza.

Soffre del problema opposto rispetto al 90% delle serie in circolazione negli ultimi tempi, ovvero l’eccessiva densità narrativa: succedono troppe cose (la metà veramente folli), il ritmo è troppo serrato, ci sono troppe trame che si connettono, eppure riesce sempre a venirne fuori egregiamente e i personaggi si evolvono in coerenza con quello che accade.

La showrunner è Sera Gamble, una che viene da Supernatural e ora ha tirato fuori quell’altra hit di You (che non ho ancora visto), giusto per dirvi il pedigree.

Killing eve

Eve Polastri è un’agente del MI-5 sulle tracce alla serial killer Villanelle, che potrebbe essere legata all’ex-kgb. L’assassina si infatua dell’agente, colpita dall’abilità di lei, e la prima potrebbe non essere così insensibile all’interesse che la preda nutre nei suoi confronti. In un gioco del gatto col topo segnato da continui ribaltamenti di equilibri e colpi di scena.

Sulla carta poteva essere una stupidaggine ma la sceneggiatrice è la stessa di Fleabag (vedi sotto) e la serie, oltre che divertente e serrata, diventa pure una bella riflessione sull’amore. Le due protagoniste, Sandra Oh e Jodie Comer, sono eccezionali.

Diablero

Una specie di Supernatural messicano. Il protagonista Elvis Infante è un diablero (cacciatore di demoni) un po’ cialtrone che si barcamena per guadagnare qualcosa dal suo lavoro non proprio mainstream.

Alleandosi suo malgrado con la sorella bruja (l’equivalente ispanico di una strega), un prete in crisi di fede con legami angelici e una ragazzina cronicamente posseduta da demoni vari (e capace limitatamente di controllarli). Il tutto punta sia sulla commedia che sull’horror, con qualche elemento action e un po’ di splatter, e fa un grosso lavoro di costruzione dello scenario di una Città del Messico sotterranea molto più fantasy di quanto appaia a prima vista (il Fight Club dei posseduti, il mercato nero dove si vendono i demoni catturati, ecc.) pescando a piene mani alla mitologia azteca.

Leggerissima e con stagioni molto brevi (otto episodi l’una) ma senza tempi morti e che si lasciano guardare che è un piacere.

Casltevania

Serie d’animazione scritta da Warren Ellis, probabilmente uno dei più importanti scrittori di fumetti viventi. Adatta la trama  del videogioco Casltevania 3: Dracula’s Curse e vede protagonista il Conte nella sua ricerca di vendetta contro l’intera umanità, a causa dell’omicidio della sua moglie umana da parte dell’Inquisizione.

A opporsi ai suoi piani sono Trevor Belmont, ultimo erede di una famiglia di cacciatori di mostri, e il suo stesso figlio mezzosangue Adrian Tepes, noto come Alucard. Una serie dall’ottima scrittura e animazione che eccelle nelle caratterizzazioni dei personaggi negativi, specie lo stesso Dracula, il cui dolore viene raccontato con così tanta vividezza che alla fine il suo piano orribile non avrete il coraggio di condannarlo più di tanto.

Voice cast che viene dalla migliore televisione, gente come Richard Armitage, James Callis, Graham McTavish e Bill Nighy, Jaime Murray (va da sé, da guardare in lingua originale).

The Haunting (of Hill house)

Serie horror antologica, ogni stagione racconta una storia di casa infestata diversa dalla precedente. La prima, Hill House, è tratta da un romanzo di Shirley Jackson del 1959 e parla di una famiglia che torna a fare i conti con i fantasmi (letterali) del passato nella casa in cui la madre sì è suicidata.

Il produttore è Mike Flanagan, quello di Oculus e Doctor Sleep, e si vede: spaventi vecchia scuola e colpi di scena vengono elargiti con generosità e l’origine letteraria garantisce personaggi sfaccettati (e sono un bel po’) che si incastrano a dovere l’uno con l’altro in una trama che mischia ghost story, paradossi temporali e drammi familiari.

La prossima stagione sarà l’adattamento de Il giro di vite di Henry James. Io non vedo l’ora.

Kingdom

Da non confondere con l’omonima serie USA di qualche anno fa (anche quella bellissima ma un po’ troppo del mio genere per consigliarla a chiunque). È un cappa e spada horror/fantasy sud coreano. Che unisce action in stile wuxia al sottogenere zombie (da Train to Busan in poi da quelle parti hanno dimostrato di saperci fare).

È la prima produzione Netflix realizzata direttamente in Sud Corea e mischia benissimo ricostruzione storica del periodo Josen, con gli annessi intrighi politici, a elementi action/horror, limitando al minimo la solita stronzissima retorica de i veri mostri sono gli umani (l’abbiamo capito santa pazienza!) e senza rifuggire dal darci qualche spiegazione sull’origine della piaga sovrannaturale. Il tutto con lo stile adrenalinico stilizzato di cui i Coreani sono maestri da anni (non fatemi iniziare l’elenco di film capolavoro che hanno prodotto in quel genere).

Attori e autori con nomi impronunciabili e che non riuscirò mai a memorizzare. Stile e mestiere in quantità industriali.

 

Recuperi di lusso.

Ovvero le serie concluse che potrebbero essere passate sotto i radar.

Fleabag

Comedy british che parla della vita di una trentenne un po’ scapestrata che si muove per Londra faticando a trovare un ordine nella vita adulta.

Tra sesso occasionale, alcool,  stratagemmi per tirare a campare e sarcasmo come se non ci fosse un domani. L’attrice protagonista, che è anche l’autrice dello show, si chiama Phoebe Waller-Bridge e soprattutto come scrittrice gioca in un campionato tutto suo, gli altri possono solo stare a guardare e deprimersi perché non avranno mai tutto quel talento.

L’hanno chiamata a co-sceneggiare anche l’ultimo Bond, perché secondo Daniel Craig lei dove mette le mani migliora le cose. Daniel fin dai tempi di The Pusher è sempre stato un tipo sveglio.

 

Channel zero

Serie antologica (come The Haunting) tratta da una serie di creepypasta. Andata in onda su Syfy Channel tra il 2016 e il 2019 per un totale di quattro stagioni.

Racconta diverse storie di orrore sovrannaturale con una particolare predilezione per la costruzione lenta della suspence e con un forte senso del macabro (lo showrunner, Nick Antosca, veniva da Hannibal) capaci di lasciare addosso una sensazione positivamente sgradevole dopo ogni visione. La terza stagione è una delle ultime apparizioni sullo schermo di Rutger Hauer.

 

Broadchurch

Poliziotto cardiopatico dal carattere difficile indaga sull’omicidio di un bambino nella comunità rurale che dà il titolo alla serie, affiancato da collega madre di famiglia e caratterialmente opposta a lui.

L’indagine farà venire alla luce segreti, rivalità ed equilibri sociali precari nella comunità, fino al colpo di scena finale che nessuno aveva visto arrivare.

I protagonisti sono David Tennant e Olivia Colman, pazzeschi tutti e due a prescindere e che qui mostrano un’alchimia che da sola reggerebbe tutta la baracca anche se la qualità media fosse inferiore, e non lo è.

 

Luther

John Luther è un detective di Londra incredibilmente abile ma troppo passionale e spesso disposto a metodi discutibili per arrivare a risolvere i suoi casi, che finisce per stabilire un rapporto piuttosto tossico con l’oggetto di una sua indagine, la psicopatica Alice Morgan.

Una serie di gran livello sotto tutti i punti di vista, con fotografia e regia migliori di molte produzioni cinematografiche, dove la trama si muove in una continua opacità morale e le scelte del protagonista restano discutibili nonostante sia indubbia la sua devozione alla causa della giustizia.

Idris Elba e Ruth Wilson (rispettivamente Luther e Alice) quando sono insieme in scena si mangiano tutto il resto anche solo guardandosi.

 

Justified

Western urbano ispirato a (e in parte tratto da) i romanzi del grande Elmore Leonard. Il protagonista, Raylan Givens, è un marshal americano (un tipo di polizia penitenziaria federale disposta specificamente al recupero dei fuggitivi o alla scorta di detenuti in trasferimento) con il grilletto facile e la lingua veloce quanto la pistola.

Viene trasferito in Kentucky, dove è nato e cresciuto, come punizione per la sua insubordinazione e là dovrà fare i conti con gli irrisolti del suo passato. Serie procedurale abbastanza classica ma con archi narrativi stagionali che uniscono i vari episodi e creano delle macro trame coese. Girata e scritta benissimo.

Timoty Olyphant interpreta il protagonista ed è un pistolero moderno da manuale (si era già parecchio allenato con il Seth Bullock di Deadwood) mentre Walton Goggins è l’antagonista ricorrente che alza la qualità generale ogni volta che appare.

 

Manuhunt: Unabomber

True crime che parla della storia vera del team che catturò Theodore Kaczynski, l’Unabomber americano, che tra il 1978 e il 1995 inviò pacchi bomba in giro per gli USA uccidendo 3 persone e ferendone anche gravemente un totale di altre 23.

Prodotta e trasmessa da Discovery Channel quindi attenta in maniera enciclopedia alla ricostruzione storica degli eventi, simile a Mindhunter come stile e come approccio alla psicologia dei personaggi, con un forte approfondimento delle motivazioni dell’anarchico Kaczynski e gli effetti che l’indagine ebbe sulle vite degli agenti coinvolti.

Paul Bettany interpreta Unabomber, tratteggiando un psiche spezzata e disperata vittima del proprio stesso narcisismo, che rende simpatetico il personaggio senza mai giustificarne le azioni.

Banshee

Banshee è stato uno dei primi (e ancora rari) esempi di action televisivo duro e puro dove la trama è solo una scusa per costruire scene di azione, specie corpo a corpo, che strizzano l’occhio al cinema orientale.

Un ex detenuto, esperto in arti marziali, assume per caso l’identità di uno sceriffo appena deceduto in una sparatoria e prende la guida del comando cittadino di Banshee, Pennsylvania, nel tentativo di fuggire dalla vendetta del suo vecchio boss e per cercare la sua ex ragazza, casualmente figlia del suddetto boss (sì, la premessa è una stronzata, come dicevo si tratta di solo un pretesto per fare casino).

Lì si troverà a scoprire intrighi di vario genere, scontrarsi con i signorotti criminali del circondario e a fare i conti con se stesso (ah sì, e ad andare a letto con quasi tutte le donne che incontra).

Una serie molto più fumettistica di altre esplicitamente tratte da fumetti. Con delle scene action da antologia, one liner memorabili, antagonisti spesso spaventosi e un cast di solidi mestieranti e caratteristi semplicemente perfetti nelle loro parti.


 

Questi sono i miei consigli. Se vi viene in mente qualcosa che potrei aver trascurato fatemelo sapere.

E nessuno citi Altered Carbon sennò finisce male.

 

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Dario De Leonardis esiste nell’Internet dalla fine degli anni ‘90. È stato, in ordine sparso: hacker, grafico, web developer, brand designer, analista politico, edonista, spin doctor b-side dell’hinterland tarantino, UI designer, installatore software, attivista per i diritti di tutti quelli che non vogliono togliere diritti agli altri, tecnico informatico, ghost writer, tank in World of Warcraft, organizzatore eventi, autore satirico, cattivo da fumetto, social media strategist/manager, communication expert, Loki durante la beta test di Warframe e modello (buona parte di quanto qui indicato potrebbe essere del tutto inventata). Da curriculum accademico sarebbe critico letterario e teatrale ma si vergogna a dirlo. Ama il cinema d’azione indocinese e il progressive rock del nord-est europa. Tendenzialmente affronta i suoi problemi con il binge watching e il sarcasmo. Sa come si scrive una È maiuscola con l'accento e non con l'apostrofo usando le combinazioni ASCII. È fortemente convinto che una cosa si possa pubblicizzare e vendere anche se non esiste realmente e che un giorno le botnet sui social svilupperanno una coscienza propria e conquisteranno il mondo.

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