Death Stranding è un titolo di cui già i soli concepimento e sviluppo hanno fornito materiale per decine e decine di articoli, editoriali, approfondimenti e analisi in ogni lingua in tutto il mondo e che, vi possiamo già anticipare con sicurezza, regalerà spunti di discussione anche per molto tempo dopo il suo rilascio.

Parte della “colpa” per questa situazione è d’addebitare all’autore stesso, nonché fondatore della software house sviluppatrice del titolo: Hideo Kojima. Figura iperattiva sulle piattaforme social a diffusione globale, l’uomo è a capo di direzione, sceneggiatura, produzione, design del gioco e scrittura di Death Stranding. A differenza di molte altre software house, Kojima ha sempre “messo la faccia” in tutte le dichiarazioni e informazioni rilasciate sul titolo: il peso di ogni sua foto su Instagram o su Twitter, anche nel caso d’innocenti (forse) update su cosa stesse mangiando quel giorno in ufficio, hanno sovralimentato la macchina dell’hype e del giornalismo scandalistico, generando intorno all’uomo un’aura di misticismo a tratti pericolosamente simile a quello di un antico oracolo della tradizione misterica.

È plausibile che Kojima, una volta presa coscienza di quanto importanti apparissero agli occhi del web le foto delle sue nuove action figure di Godzilla e Ultraman, abbia fatto nulla per fermare tutto ciò e anzi, non è affatto da escludere che si trattasse proprio di un “grande piano” per dimostrare qualcosa che all’interno del mondo di Death Stranding è drammaticamente presente, una diretta conseguenza di quanto l’interazione digitale abbia cambiato in modo radicale la maniera di comunicare, amare e odiare della società.

Comunque, trattandosi d’Hideo Kojima, è probabile che la verità non verrà mai a galla.

Ciò che è certo, però, è come e quanto Death Stranding abbia catalizzato intorno a sé più curiosità che vero e proprio interesse, anche da parte dei “passanti del web”, persone che si sono fermate a osservare gli aggiornamenti sul gioco senza reale conoscenza pregressa dell’autore, delle sue opere passate e del suo modus operandi: “Hideo Kojima fa uscire un gioco ogni dieci anni” è solo una delle tanti false etichette finite sul pacchetto Death Stranding, titolo oggettivamente mostrato e presentato in maniera atipica per gli standard commerciali di un AAA, ma che è stato prodotto e concluso con tempistiche che hanno stupito la stessa Sony Playstation, riuscendo contemporaneamente a demitizzare l’idea che Kojima sia un autore incapace di creare qualcosa di nuovo, di diverso dalla Metal Gear Saga e altrettanto grandioso.

Se in passato avete letto su queste pagine articoli carichi di comprensibile perplessità circa l’effettiva identità o unicità di Death Stranding, è arrivato finalmente il momento di trovare una risposta. E molte altre domande.

Lo sviluppo di Death Stranding incarna lo spirito del gioco stesso: fin da prima del suo annuncio nel corso dell’E3 2016, Hideo Kojima ha viaggiato in lungo e in largo per il mondo, incontrando attori, registi, compositori, band musicali e, ovviamente, software house come Remedy (Control), CD Projekt Red (Cyberpunk 2077) e Guerrilla Games (Horizon Zero Dawn): quest’ultima è arrivata a siglare un accordo con Kojima Productions per l’impiego del Decima Engine nello sviluppo di Death Stranding.

Non dimentichiamo poi le varie interviste, viaggi di piacere e partecipazioni come ospite a fiere e raduni videoludici in ogni continente; una dimostrazione, questa, di come Hideo Kojima abbia preso veramente a cuore il proprio primo progetto da creatore indipendente, dimostrando non solo a parole, ma anche con fatti, che il messaggio del suo videogioco va ben oltre la mera narrativa del medium e riguarda tutti noi, il nostro mondo, il nostro quotidiano: solamente se unita, l’umanità può sopravvivere, ma soprattutto vivere. Spesso ci si ritrova “morti” senza neppure saperlo, consumati da legami sbagliati, tossici, pericolosi; bisogna quindi avere il coraggio di “tagliare il cordone ombelicale”, liberarci dai vecchi legami e crearne di nuovi, superando la paura dell’ignoto e della diversità che rende ogni essere umano unico. Perché una vita in solitudine, coperta di cavi ma senza nemmeno una stretta di mano o un abbraccio, non è vera vita.

Tutto questo Sam Porter Bridges lo proverà sulla propria pelle più e più volte, insieme agli altri membri del cast: ciascuno sperimenterà una potente, quanto simbolica evoluzione psicologica nel corso della storia che, insieme a una scrittura magistrale di dialoghi e linguaggio del corpo, rende ogni personaggio una figura incredibilmente viva, con la quale il giocatore riesce a empatizzare e, perché no, specchiarsi. Una delle magie di Death Stranding è proprio quella di permettere a ognuno di scegliere il proprio beniamino, il comprimario che più degli altri ha affinità con i propri trascorsi di vita e con cui è più istintivo creare un legame.

Narrativamente, Death Stranding ha un incipit brutale, poco user friendly: si viene catapultati all’interno di una storia già avviata, dove il Death Stranding e le CA (Creature Arenate) sono ormai il quotidiano per gli sparuti sopravvissuti al disastro globale. Non viene mostrata una datazione del tempo presente, non si conosce il destino del resto del mondo e tutti i personaggi a schermo non fanno che nominare eventi, tecnologie e poteri che il giocatore sarà “costretto” ad apprendere gradualmente man mano che avranno luogo i numerosi dialoghi e corpulenti filmati. Avanzando nella missione principale, suddivisa in capitoli, viene messa a disposizione una mole ancor più imponente di approfondimenti su trama e folklore, sotto forma di trascrizione d’interviste e email; pur piangendo lacrime amare per la mancanza di qualcosa di simile alle splendide audiocassette di The Phantom Pain, è chiaro che la scelta di posizionare gli “spiegoni” in un archivio testuale parallelo alla narrazione principale sia stata funzionale alla scorrevolezza della storia, che sarebbe finita schiacciata sotto il peso di un mondo di gioco incredibilmente complesso. Non nascondiamo comunque un rimpianto per la mancanza di file audio da ascoltare liberamente durante l’avventura.

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Redazione Absolutegamer
Gaming & Nerd Neutrality. Absolutegamer è un collettivo di fighissimi mediamente asociali con una certa passione per il gaming unita alla cultura nerd snobbissima tipica dei genxer. Nerd neutrality è una espressione completamente inventata che potrebbe stare a indicare il giusto equilibrio tra le anime pop e più raffinate della cultura nerd e geek come vengono percepite da chi le ha viste letteralmente nascere, oppure assolutamente niente ma suona veramente bene.

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