Ma quanto erano fighi i film di horror-adventure adolescenziali degli anni ’80?

Cioè non se ne aveva mai abbastanza, Monster Squad, Ammazzavampiri, Ragazzi perduti, Gremlins. Tutti quei figli illegittimi di Stand by Me spalmati in declinazioni varie dei topoi horror quanto basta per trovare una chiave narrativa per metaforizzare la paura del passaggio alla vita adulta.

Se ne sono accorti tutti ultimamente, Stranger Things sta lì a dimostrarlo e un sacco di operazioni più o meno marchettare e stronze a contorno spuntano di continuo nel sottobosco indie a ricordarci di come sì, sono stati anni fantastici e i neon, i colori, l’iconografia, i walkman, le bmx e i mostri che solo dei ragazzini riescono a battere ci mancano un sacco.

Francamente a me non manca nulla di quel periodaccio, sto benissimo nel ventunesimo secolo con internet, la mia auto non a pedali, il navigatore satellitare, gli smartphone, gli antibiotici che non provocano vomito e diarrea solo ad annusarli e gli antieroi invecchiati e stanchi. Also: un buon novanta percento delle operazioni nostalgia in giro sono monnezza.

Diciamolo subito, non è propriamente il caso di questo Scary stories to tell in the dark.

Ferisce più la penna. Specie te te la piantano su una mano.

La storia è quella classica dei ragazzini che fanno il passo più lungo della gamba e risvegliano la forza maligna di turno che inizia a perseguitarli. Nello specifico qui abbiamo il solito gruppo di disadattati, con protagonista femminile occhialuta redhead (il nuovo trend nel genere, dopo la Sophia Lillis di IT) abbandonata dalla madre e convivente con padre single piagnone che, per fare colpo sull’esotico nuovo arrivato in città (quota minoranza etnica, qui abbiamo quella messicana, contestualizzata in un periodo di razzismo parecchio esplicito), porta lui e i suoi altri due amici a esplorare la tipica casa infestata del paese la notte di Halloween.

Lì risvegliano per sbaglio il fantasma di Sarah, figlia dei vecchi proprietari, i Bellows (un gruppo di speculatori infami) morta pazza dopo anni di terapie (leggi torture) e accusata ingiustamente di un crimine orribile (commesso invece dalla propria famiglia) portando via il libro su cui lei in vita amava scrivere storie e a cui lo spirito è rimasto legato. Da lì sul tomo iniziano ad apparire, in inchiostro rosso sangue, dei racconti di morti sovrannaturali che si manifestano nella realtà colpendo i membri del gruppo. E inizia la costa contro il tempo per rompere la maledizione a salvarsi dalla furia dello spirito tormentato.

Vi siete già annoiati?

Pazienza un attimo. Di elementi positivi ce ne sono e tanti. È una produzione Guillermo Del Toro e si vede chiaramente dalla qualità della confezione, è tratto dall’omonima serie di libri di Alvin Schwartz, pubblicata in tre volumi fra il 1981 e il 1991 per un totale di 82 racconti (basati su folclore e leggende urbane degli Stati Uniti) di cui il film adatta cinque, inserendoli all’interno di un’unica storia di orrore sovrannaturale con l’escamotage del libro maledetto che porta quei racconti alla realtà, sulle spalle dei malcapitati protagonisti.

La metafora della storia che può ferire applicata metatestualmente ai personaggi, quasi tutti vittime di pregiudizi e, appunto, storie sul proprio conto che rendono le loro vite più o meno miserabili, è talmente urlata che la sceneggiatura sente il bisogno di ricordarcelo di continuo fino ad arrivare al voice over nelle fasi finali (cosa non nuova per Del Toro, onestamente, ricordiamo The Devil’s Backbone), ma questa nota dolente è sommariamente adeguata a una scrittura piuttosto debole in tutto il prodotto, che però non diventa un enorme problema vista l’esecuzione di tutto il resto.

Infatti su tutto il resto ci dice culo perché alla regia abbiamo André Øvredal, norvegese, che ha esordito con quel gioiellino di found footage che è Trollhunter (durante un periodo in cui i paesi scandinavi stavano vivendo una specie di mini new wave di contemporary fantasy che aveva regalato cose come Rare Exports) ed è arrivato negli USA con un prodotto indie dignitosissimo chiamato Autopsy.

André sa il fatto suo e dirige con ritmo e mano ferma tutta la baracca, tenendo alto il ritmo e giocando molto bene sia con le inquadrature (riuscendo anche a compensare in parte la non eccellente qualità di tutti gli attori) che con i registri cromatici.

Registri cromatici

In particolare è molto attento a non finire nella trappola della nostalgia idealizzante delle luci patinate e dei neon. Sceglie il period piece come fa chiunque altro in operazioni simili ma invece dei saturi (in tutti i sensi) anni ’80 ci porta nella fine dei ’60, quelli dei drive in, delle estati troppo calde e della Guerra in Vietnam (ulteriore sostrato mefatorico, quello sul rapporto famiglia/figli presente anche nella storia di Sarah Bellows). La fotografia è granulosa, la palette è ocra, i protagonisti sono sudati, non bellissimi, hanno le occhiaie e sono degli outcast di periferia anche quando dovrebbero essere i jock della situazione. E tutto è incastrato sostanzialmente a dovere per rendere il contesto il meno confortevole possibile a chiunque.

Ovviamente, essendo una storia dalle parti del coming of age, gli adulti sono inutili o stronzi come da contratto (tra l’altro interpretati gli unici due nomi noti del cast, due vecchie guardie della serialità TV come Dean Norris e Gil Bellows) e i ragazzini sono spaventati e male assortiti ma svegli abbastanza da capire dopo un po’ come uscire dal casino in cui si sono infilati con una bella corsa contro il tempo sempre più serrata.

Le creature hanno un livello qualitativo dalle parti Il labirinto del Fauno, come è lecito aspettarsi da una produzione Del Toro, ma hanno una carica disturbante simile a qualcosa che potrebbe venire fuori da Miyazaki se avesse un brutto incubo e sono rese molto bene da una dose massiccia di practical effects (grazie raga’) e un digitale di un certo livello.

Certo è un film di e per ragazzi. Quindi pochi spaventi e zero sangue.  Ma in un paio di occasioni qualche scena più forte, che nei limiti del PG-13 avrà faticato a entrare, si trova e dall’impostazione delle stesse è chiaro anche che Øvredal si è divertito un mondo a girarle.

Non sarà il film della vita per nessuno, sia chiaro, ma almeno prova a cercare la sua strada in un sottogenere che ormai sta iniziando a mostrare i primi segni di affanno. E l’intenzione sembra quella di andare verso il franchise, anche perché di storie di Schwartz ce ne sono ancora un bel po’ da raccontate.

I’ll allow it.

Io me ne andrei


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Dario De Leonardis esiste nell’Internet dalla fine degli anni ‘90. È stato, in ordine sparso: hacker, grafico, web developer, brand designer, analista politico, edonista, spin doctor b-side dell’hinterland tarantino, UI designer, installatore software, attivista per i diritti di tutti quelli che non vogliono togliere diritti agli altri, tecnico informatico, ghost writer, tank in World of Warcraft, organizzatore eventi, autore satirico, cattivo da fumetto, social media strategist/manager, communication expert, Loki durante la beta test di Warframe e modello (buona parte di quanto qui indicato potrebbe essere del tutto inventata). Da curriculum accademico sarebbe critico letterario e teatrale ma si vergogna a dirlo. Ama il cinema d’azione indocinese e il progressive rock del nord-est europa. Tendenzialmente affronta i suoi problemi con il binge watching e il sarcasmo. Sa come si scrive una È maiuscola con l'accento e non con l'apostrofo usando le combinazioni ASCII. È fortemente convinto che una cosa si possa pubblicizzare e vendere anche se non esiste realmente e che un giorno le botnet sui social svilupperanno una coscienza propria e conquisteranno il mondo.

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