Ci sono operazioni che sono così stronze e ammiccanti che ti verrebbe voglia di mettere le mani addosso all’autore.

Ma proprio che si-ok-quanto-sei-bravo-però-adesso-anche-basta e poi giù schiaffoni ogni volta che becchi un ammiccamento cinefilo di genere che qui stiamo a fare tutti i Tarantino di periferia ogni volta che c’è l’occasione.

Ecco, Bliss è una cosa simile ma con sufficienti qualità redimenti (si può scrivere “redimenti”?) che a Joe Begos possiamo anche lasciar passare il fatto che alla fine il film sia tutto un coacervo granuloso di roba già vista in mano a gente quasi mezzo secolo fa più fresca e più capace di lui.

bliss 2019
Sottotesti ne abbiamo?

Ora, Begos non è un genio, a curriculum ha giusto un paio di filmettini un po’ mediocri che però avevano avuto qualche buzz all’interno della comunità dell’indie festivaliero (specie Almost Human che se non ricordo male era piaciuto dalle parti dell’Alamo Drafthouse ma sto andando a memoria) però ha amore per il genere, cioè quell’horror sporco e cruento di una quarantina di anni fa messo insieme con effetti artigianali, anatomie sbrindellate e utensili di vario genere che finivano applicati in maniera impropria al corpo umano. E non fa niente per nascondere la sua intenzione di rendere solo un divertito e un po’ lurido omaggio al genere.

In Almost human aveva strizzato l’occhio sottogenere body snatchers e qui finisce dalle parti del Driller Killer di Ferrara o Maniac di Lustig, riprendendo in maniera ancora più estrema la cifra stilistica del NYC grime che i fratelli Sadfie hanno riportato in auge da qualche anno a questa parte.

Ma di cosa parla Bliss?

Senza spoilerare troppo, il film parla di Dezzy (una Dora Madison che ci mette l’anima manco il film fosse una cosa seria), pittrice entusiasticamente strafattissima 24/7 con la solita crisi creativa alla quale in un paio di giorni va tutto di merda e si ritrova senza soldi, senza agente e con le spalle al muro verso creditori vari.

Va da sé che, essendo Dezzy quel che è, la risposta per lei è la droga e va dal suo spacciatore di fiducia a farsi consigliare qualcosa di tosto per riprendere l’ispirazione e quindi il lavoro come si deve. Quello gli consiglia una cosa nuova che di chiama Bliss ma le dice di andarci piano perché è una cosa piuttosto intense. Lei chiaramente non ci va piano e coinvolge anche una coppia di amici, con cui finisce per fare una cosa a tre dopo aver tirato l’impossibile.

Da lì le cose precipitano e il film diventa un singolo interminabile trip che passa dal già citato Driller Killer all’horror sovrannaturale passando per un paio di citazioni dirette del Jarmusch di Only Lovers Left Alive. E qui avrete capito già la parte sovrannaturale dove va a parare.

Quello che succede non lo si può esporre senza spoiler espliciti ma mi limiterò ad osservare che arrivati a quel punto diventa tutta esecuzione e la trama insieme ai cosiddetti colpi di scena sono abbastanza irrilevanti. I colori saturi, le luci al tungsteno, il sangue, lo splatter e la BOTTA® diventano i protagonisti di un discretamente gustosa discesa all’inferno versione loft newyorkese che finisce in un modo impossibile da non applaudire per gli amanti del genere.

Ok ma me lo devo andare a vedere oppure posso limitarmi citare questa recensione per sembrare informato?

Si è capito che con quei presupposti poteva finire tutto in merda tipo la vita di Dezzy ma fortuna vuole che Joe decida di non indulgere troppo nei suoi onanismi cerebrali e si dedichi tutto al ritmo, allo stile e a fare più casino possibile stando attento a non buttarla troppo in caciara. Gioca con le inquadrature e le luci, muove la macchina come si deve, non si tira indietro di fronte alla violenza grafica, gli effetti sono splendidamente pratici e non c’è ombra di digitale manco fosse vietato, un paio di sequenze sono da applauso e la Madison, vestita, nuda, coperta di colori a olio o di sangue, in overdrive da stimolante chimico o sfatta in hangover è da ammirare tutto il tempo per la dedizione che mette nel personaggio.

Poi, hey, magari sono superficiale io e in realtà il sottotesto dell’annullamento del sé verso la propria arte è la vera chiave di lettura di tutta la baracca. Il sacrificio, l’ossessione che trasforma in mostri e che consuma, che divora (anzi beve) il corpo fino a trasformare il decadimento e il sangue essi stessi in arte, ‘na cosa tipo The Devil’s Candy, quelle stronzate lì.

Ma chi diavolo voglio prendere in giro? È tutta una scusa per far ballare nudo qualcuno mentre va Dulcinea degli Isis e poi farlo esplodere. Massimo rispetto, Joe.

 bliss 2019
Eh?

 

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Dario De Leonardis esiste nell’Internet dalla fine degli anni ‘90. È stato, in ordine sparso: hacker, grafico, web developer, brand designer, analista politico, edonista, spin doctor b-side dell’hinterland tarantino, UI designer, installatore software, attivista per i diritti di tutti quelli che non vogliono togliere diritti agli altri, tecnico informatico, ghost writer, tank in World of Warcraft, organizzatore eventi, autore satirico, cattivo da fumetto, social media strategist/manager, communication expert, Loki durante la beta test di Warframe e modello (buona parte di quanto qui indicato potrebbe essere del tutto inventata). Da curriculum accademico sarebbe critico letterario e teatrale ma si vergogna a dirlo. Ama il cinema d’azione indocinese e il progressive rock del nord-est europa. Tendenzialmente affronta i suoi problemi con il binge watching e il sarcasmo. Sa come si scrive una È maiuscola con l'accento e non con l'apostrofo usando le combinazioni ASCII. È fortemente convinto che una cosa si possa pubblicizzare e vendere anche se non esiste realmente e che un giorno le botnet sui social svilupperanno una coscienza propria e conquisteranno il mondo.

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