Telling Lies è un gioco atipico; alcuni potrebbero persino non ritenerlo un gioco, figuriamoci un passatempo divertente.

In Telling Lies ci si limita ad osservare. Nei panni di una – almeno inizialmente – misteriosa donna, il giocatore ha accesso a un hard drive con all’interno oltre un centinaio di registrazioni, da webcam utilizzate durante numerose videochiamate più o meno private.

Ciò che salta all’occhio fin da subito è il fil rouge di tutte queste conversazioni: un uomo, David (interpretato da un sempre in formissima Logan Marshall-Green) sarà infatti una figura sempre presente, in situazioni in apparenza del tutto slegate fra loro; ruolo, scopo e intenzioni di David diventano chiari solo man mano che si gioca, o meglio, si guarda.

Uno degli aspetti più affascinanti dei video in questione è l’impossibilità a seguire contemporaneamente entrambi i capi della chiamata; ci si troverà sempre a guardare prima uno e in un secondo, imprecisato momento l’altro, con la conseguenza di momenti di silenzio, a volte lunghi interi minuti, in cui il personaggio a schermo ascolta l’interlocutore, come anche risposte di cui ci manca il contesto, o domande delle quali non è possibile sentire la risposta.

Questo porta in primis a un aumento dell’alone di mistero dietro ogni telefonata e al bisogno di scoprire “l’altra metà” della discussione per far chiarezza, ma induce anche nel giocatore una sgradevole e ben congegnata sensazione di colpevolezza, di star facendo qualcosa di sbagliato: si tratterà infatti in buona parte di telefonate private, familiari, di lavoro, a volte persino intime, per cui a meno d’essere quel tipo di persona specificatamente attratta dall’idea di origliare e spiare la quotidianità di perfetti sconosciuti, il risultato finale sarà sempre una sana curiosità per gli eventi in ballo, ma anche un fastidio e imbarazzo per le discussioni che verranno a galla di volta in volta.

I video dell’hard drive non sono però accessibili apertamente e vanno individuati tramite una ricerca per parole, che il sistema individua di volta in volta, in ogni clip in cui il termine selezionato viene pronunciato.

L’idea alla base è fantastica e riesce a rendere “giocoso” anche un processo concretamente ripetitivo e meccanico, ma presenta alcune debolezze. La prima è il sistema di annotazione delle parole da cercare, che il giocatore non può trascrivere nell’apposito block notes a meno d’interrompere ogni volta la riproduzione della registrazione e che invoglia rapidamente all’uso di strumenti esterni, come il proprio cellulare o un vero e proprio blocco di appunti cartaceo.

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Il secondo problema è la maniera con la quale il database individua e avvia le varie clip. I video partono dal punto in cui la parola viene pronunciata, ed è quindi ovvio che il giocatore il più delle volte dovrà riportare il file fino al suo inizio, per avere un quadro più chiaro della situazione a schermo. Tuttavia, tale azione non è istantanea, ma richiede un tempo di “riavvolgimento” pari a quello di un nastro fisico e con l’aggravante di presentare i sottotitoli anche durante il rewind e dunque “rovinare la sorpresa” di chi guarda, a meno di obbligarsi a non guardare la parte bassa dello schermo nel corso dei (numerosi) secondi necessari. Si tratta di piccole manchevolezze, che rendono però molto più pesante l’osservazione di decine e decine di video consecutivi e spesso slegati fra loro.

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